26 | 05 | 2013
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È tollerabile parlare di ripresa quando si prevede - come fa la Confindustria - che in un biennio saranno distrutti 700 mila posti di lavoro (solo in Italia) e che il tasso di disoccupazione - in presenza di un tasso di attività bassissimo - salirà al 9,5%? Per qualsiasi persona di buon senso è un assurdo e stati e governi dovrebbero intervenire per eliminare questa vergogna con una politica economica mirata non a togliere le castagne dal fuoco al capitale e alla finanza, ma pensando al benessere della popolazione. Ma non è così: a guidare l'azione dei governi è solo l'interesse del capitale e la salvezza del capitalismo, a partire da quello più speculativo.
«Una volta superata la crisi, l'Italia si ritroverà non solo con più debito pubblico, ma anche con un capitale privato - fisico e umano - depauperato dal forte calo degli investimenti e dall'aumento della disoccupazione», sostenne Draghi, governatore di Bankitalia, il 29 maggio di quest'anno.

 L'affermazione somiglia tanto alle conclusioni dell'analisi di Marx sull'effetto distruttivo e rigenerativo della crisi. Con una sola differenza: che Marx voleva cambiare il mondo e Draghi vuole rendere meno «iniquo» il capitalismo. Purtroppo anche Draghi può poco: il capitalismo è per sua natura anarchico. E alcune ricette suggerite dal governatore (le privatizzazioni, ad esempio) muovono proprio nella direzione della distruzione del tessuto sociale, come dimostrano gli ultimi venti anni.
Il rapporto presentato ieri dagli economisti di Confindustria si muove nell'ottica delle affermazioni del governatore di Bankitalia. È addirittura spietato nell'analisi e ammette che la ripresa dell'economia italiana sarà lenta e lunga e soprattutto «insidiosa». E l'insidia maggiore è rappresentata dell'aumento della disoccupazione che ostacolerà la crescita agendo da freno sui consumi e quindi sugli investimenti. Giusto, ma c'è una contraddizione evidente: la disoccupazione non si crea da sola,è un prodotto derivato dai comportamenti delle imprese. Sono il libero mercato e la concorrenza selvaggia a crearla. Marx diceva che i manager sono «schiavi» di comportamenti e decisioni che non sanno neppure chi le prenda. E oggi va ancora peggio: visto che i manager, soprattutto nel mondo finanziario, giocano in proprio. Con l'attenuante che debbono rendere conto dei risultati trimestrali e confrontarli con le performance delle banche concorrenti. Di qui nasce la crisi.
Una recessione aggravata dalla dipendenza dell'Italia dalla domanda estera. E che significa (come per la Germania) che il paese va in crisi ai primi sussulti del sistema globale. Ma significa anche che l'Italia non si è dotata di strumenti per incentivare uno sviluppo endogeno, trainato dalla domanda interna, da un incremento degli investimenti pubblici e del welfare offerto. Tutto il contrario delle privatizzazioni, dell'esasperazione della concorrenza e degli investimenti privati per conquistare spazi di mercato. Anche perché il mercato ha sempre più protagonisti e trovare spazi è sempre più difficile. In questa situazione come tacere e non essere solidali con chi sale sui tetti delle fabbriche rivendicando «solo» il lavoro?

di Galapagos

da Il Manifesto del 10/09/09

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