Home Accade... ... nel mondo La battaglia di Mumbai
24 | 05 | 2013
La battaglia di Mumbai PDF Stampa E-mail
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L'attacco al cuore finanziario di una delle due grandi potenze economiche emergenti del XXI secolo. In questo, ma solo in questo senso, la battaglia di Mumbai richiama l'11 settembre 2001, quando a essere colpito fu il World Trade Center che era per il capitalismo mondiale quel che San Pietro è per il cattolicesimo.

Ma, a differenza dell'11 settembre, qui non c'è stato un attentato (seppure multiplo), bensì un attacco militare coordinato, pianificato da mesi, preceduto da minuziosa ricognizione e preparazione, attuato con uno sbarco via mare e una simultanea offensiva all'interno dei bersagli. Solo esperte truppe d'assalto potevano resistere per più di due giorni all'assedio dei migliori reparti dell'esercito indiano. E solo un comandante uscito da un'accademia militare di élite poteva guidare un'incursione bellica così sofisticata. Un vero e proprio assalto di commandos guastatori che ha richiesto logistica imponente (armi e munizioni già ammassate negli alberghi) e intelligence accurata: non solo sapevano in quale momento si sarebbe trovato al Taj Mahal il capo dell'antiterrorismo di Mumbai, ma conoscevano persino dove si trova un oscuro centro ebraico di cui i mumbaiti più esperti ignoravano fino a ieri l'esistenza.

In Occidente, ma anche in India, siamo vittime della nostra stessa propaganda. Il malaugurato e nefasto concetto di «guerra al terrore» ci porta a fare di tutta un'erba un fascio. Ma c'è una tassonomia degli «attacchi asimmetrici» che rende diverso l'11 settembre 2001 dall'assedio del teatro di Mosca nel 2002, dalle esplosioni nella ferrovia di Madrid del 2004. Comune a tutte quelle azioni era a) il carattere suicida, di attentatori pronti a farsi esplodere: qui invece hanno agito soldati, pronti a morire, ma senza alcuna intenzione di farsi morire; b) la minaccia indiscriminata a tutti i presenti: questo invece è il primo attacco della storia moderna in cui alle vittime viene prima chiesto il passaporto (britannico o americano): una sorta di dogana della morte. Agli infelici occupanti delle Torri gemelle non fu chiesto nessun documento.
Lo stesso pregiudizio mentale ci fa subito incriminare il fondamentalismo islamico. Ma fino a ora i fondamentalisti islamici hanno operato solo attacchi suicidi: il massimo di competenza bellica richiesta era saper pilotare un aereo per qualche minuto. Qui l'addestramento può essere stato fornito solo da un esercito, anzi da un reparto d'élite. Se è così, gli eserciti possono essere solo due: o quello pakistano o quello indiano.
Gli indiani non ci hanno messo neanche un minuto a puntare l'indice su Islamabad: una teoria che ha il vantaggio di amalgamare ostilità indiana contro il Pakistan e pregiudizio hindu anti-musulmano. Tanto che, per «dissipare ogni equivoco», il Pakistan ha subito mandato in India il capo dei servizi militari Isi (Inter-Service Intelligence).
Altri puntano la pista indiana: tra costoro anche i servizi segreti Usa, disposti a fare carte false pur di evitare una nuova crisi regionale proprio nel momento della transizione, e quando il neo presidente Barack Obama intende spostare il peso militare Usa dall'Iraq alla guerra in Afghanistan, con tutte le immaginabili conseguenze sul Pakistan. Questa pista indiana trarrebbe alimento dalla serpeggiante frustrazione dei giovani musulmani indiani di cui parlava ieri Tariq Ali. Ma se così fosse, l'attacco a Mumbai si rivelerebbe un boomerang. L'India non è un paese musulmano in preda a isteria anti-occidentale, ma un paese all'85% hindu in cui la minoranza musulmana è vittima di veri e propri pogrom, come quello scatenato nel 2002 in Gujarat,che fece 2.000 vittime. Un'azione come quella di Mumbai rischia di far riesplodere la violenza hindu, scatenare nuovi massacri, facilitare nelle prossime elezioni il ritorno al potere del partito fondamentalista hindu Barathia Janatha Party, fautore della linea dura contro il Pakistan.

Come in tanti altri casi della storia, forse non sapremo mai chi c'è davvero dietro quest'attacco che - quanto a spettacolarità - non ha nulla da invidiare ai più frenetici film d'azione di Hollywood. Non ha infatti alcuna credibilità la rivendicazione dei Deccan Mujahideen - fantomatica sigla finora sconosciuta. Non c'è gruppo terroristico al mondo in grado di compiere un'azione simile: forse solo le Farc colombiane, se pure possono essere ascritte a tale tipologia. A rendere più complicata la decifrazione c'è il momento (a ridosso della campagna elettorale in India) e la dinamica dell'azione: perché gli attaccanti hanno preso ostaggi? Il loro ruolo è di solito quello di essere scambiati con qualcosa: richieste politiche, finanziarie, giudiziarie. Qui invece, apparentemente, nulla. E poi perché, dopo averli catturati, hanno liberato alcuni ostaggi? In cambio di che? O per esprimere cosa?
L'unica certezza è che gli attaccanti hanno dimostrato di poter colpire un'intera città quando e come vogliono, di poter paralizzare un'intera industria (il turismo) e mettere a repentaglio l'intero mondo della finanza asiatica. La loro incursione ha dimostrato la fragilità di una moderna società globale e post-industriale ancora tutta inebriata dalla propria recente crescita. Al Taj Mahal è stata superata una nuova soglia nella teoria della guerra del XXI secolo. E la battaglia di Mumbai sarà studiata nei manuali di strategia delle accademie militari. Gujarat,che fece 2.000 vittime. Un'azione come quella di Mumbai rischia di far riesplodere la violenza hindu, scatenare nuovi massacri, facilitare nelle prossime elezioni il ritorno al potere del partito fondamentalista hindu Barathia Janatha Party, fautore della linea dura contro il Pakistan.

Marco d'Eramo

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