Home Accade... ... nel mondo I ragazzi afghani non vogliono la guerra
19 | 05 | 2013
I ragazzi afghani non vogliono la guerra PDF Stampa E-mail
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Un reportage sulla condizione della donna in Afghanistan ha aperto venerdì a Siena la cerimonia di consegna del premio "Information Safety and Freedom", andato a due giornalisti afgani: Sayed Parwez Kabakhsk e Nasim Fekrat.
Il primo, 24 anni, redattore di Jahan e Now (Il nuovo mondo) studente di giornalismo, non era presente a Siena. Il suo premio è stato ritirato dal fratello. Sayed è in carcere dove è stato anche torturato: è stato condannato alla pena di morte. Il 21 ottobre 2008 la sentenza è stata annullata e commutata in 20 anni di reclusione. Era stato arrestato il 27 ottobre 2007 dai servizi di sicurezza interni nella sua città natale, Mazar-e-Sharif, con l'accusa di blasfemia. Aveva mandato via e-mail ai compagni di studio un articolo di un intellettuale iraniano dove si sosteneva che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini, anche in materia di matrimonio.
Era invece presente Nasim Fekrat, reporter e fotografo di Kabul, fondatore dell'associazione dei blogger afgani. Nasim Fekrat, è un giovane freelance, che vive e lavora a Kabul. Per qualche tempo è stato costretto ad abbandonare l'Afghanistan per le minacce ricevute. Nel 2005 ha avuto il premio di Reporters sans frontières per un suo articolo sulla libertà di espressione sui blog. In Afghanistan, dove anche l'elettricità è un lusso, sta organizzando un blogging workshop per giovani giornalisti e per tutti coloro che vogliano apprendere come scrivere e diffondere le proprie idee sul web. «Purtroppo - racconta Nasim - al momento non abbiamo risorse economiche per gestire i workshop e acquistare il materiale necessario, ma siamo intenzionati a ottenerle».


Come reagiscono i ragazzi afgani alle nuove tecnologie?
Le nuove generazioni sono completamente diversa da quelle precedenti, vorrebbero andare verso la modernizzazione, lo sviluppo della società, sognano democrazia e libertà. A loro interessano la musica, le scienze, la tecnologia piuttosto che andare nelle scuole religiose per imparare i principi dell'Islam. Questo può essere un elemento molto positivo ma anche di rischio, se non sono diretti bene e rispettati nelle loro aspettative. Altrimenti anche questa voglia di libertà li potrebbe rendere dannosi per la società. Ci sono già segnali tremendi in merito. L'Afghanistan ha fornito il 95% delle droghe circolanti al mondo nel 2007, ma questo non significa che gli afgani non facciano uso di droghe e si limitino a produrle. Secondo i dati Onu del 2005, ci sono circa 1 milione di tossicodipendenti in un paese che ne conta 30. Cioè un afgano su 30 è tossicodipendente. Circa il 98% sono giovani, donne incluse. Così se la comunità mondiale e gli Usa non rivedono la loro strategia di lotta alla droga, l'Afghanistan si ritroverà in un era che potrà rivelarsi tragica. E Karzai non è in grado di gestire il problema.

A proposito, cosa pensa del governo attuale?
Karzai è diventato molto più debole, ha perso la sua base. Non sono io a dirlo ma i media afgani che parlano addirittura di un'imminente caduta del governo. Karzai adesso sostiene i talebani e ammonisce le forze internazionali che se non si decidono a negoziare con loro possono lasciare il paese. Inizialmente si è opposto ai signori della guerra ma in seguito ha dovuto accettare che prendessero il potere e oggi i signori della guerra sono così potenti da costituire una minaccia anche per lui. In questi sette anni sono prosperate le antiche discriminazioni interne, l'odio e la distanza fra le diverse etnie che vivono nel paese. Oggi non gode più dell'appoggio degli Stati Uniti e degli alleati e dunque si rivolge ai talebani per negoziare e ammonire le forze internazionali.

Ma lei condivide la presenza militare straniera?
È dura da ammettere ma se le forze internazionali lasciano l'Afganistan il Paese ricadrà nella guerra civile. Ritorneremo ad essere un paese del terrore che minaccerà la sicurezza occidentale come è accaduto l'11 settembre.

Questo vale anche per i militari italiani?
L'Italia ha 2350 soldati in Afghanistan. Loro non combattono, sono impegnati negli aiuti umanitari. I militari di stanza ad Herat, nell'Afganistan occidentale, hanno costituito una equipe medica mobile che si sposta fra i villaggi distribuendo cibo e medicine. Hanno costruito un ospedale per i bambini e molte scuole. Credo si tratti di una missione che ogni afgano capisce e apprezza.

Come pensa venga raccontato il suo Paese in Occidente?
Qui accadono tante cose ma credo che non potete averne notizia sui media europei o americani. I motivi sono molti: intanto i problemi di sicurezza che impediscono ai giornalisti di conoscere più a fondo le questioni. Pesa poi il fatto che i media occidentali rappresentano gli interessi dei propri paesi e pubblicano solamente notizie di attacchi suicidi, esplosioni e terrorismo. Ad esempio non parlano mai delle discriminazioni interne, delle violenze domestiche contro le donne, sui bambini, delle violazioni dei diritti umani, di povertà e di sanità.

La vicenda del suo collega Sayed, ci dice molto sulla reale libertà di stampa.
Da noi non c'è libertà di parola o di espressione. I giornalisti sono minacciati anche dal governo. Molti sono stati imprigionati e hanno subito violenze negli ultimi sette anni. I governo, direttamente o indirettamente è sempre stato coinvolto. Karzai ha messo un fodamentalista del partito islamico al ministero dell'Informazione, un uomo che è solito dire «la libertà di espressione è un prodotto culturale occidentale». La comunità internazionale ripete sempre che sta lavorando per sviluppare la libertà di espressione in Afghanistan ma nessuno controlla come aiuti e fondi erogati vengano utilizzati da un governo corrotto. Qui parlare di Corano e Islam non è facile specialmente quando si portano delle critiche. La storia di Sayed è esemplare: è iniziata con una semplice denuncia da parte di uno degli insegnanti della sua classe. Poi è diventato vittima di discriminazione, cospirazione e azioni disoneste da parte dei suoi insegnanti. Ora la sua situazione è molto difficile.

Per le donne è ancora più difficile avere accesso ai mezzi di comunicazione?
Ci sono parecchi ostacoli da rimuovere. L'unica cosa che le può salvare dall'isolamento è entrare nel mondo digitale e utilizzare i blog per comunicare quella che è la loro situazione. Io sono sicuro che avranno possibilità di farlo in vari modi ma debbono trovare coraggio. Soprattutto avranno bisogno dell'aiuto e del cambiamento della mentalità maschile afgana.

E cosa dovremmo fare invece noi, giornalisti occidentali?
Lavorare con onestà, dire la verità, scrivere e parlare della nostra realtà, degli elementi più importanti della nostra vita che raramente appaiono sui media occidentali. Noi abbiamo cultura, tradizioni e amore, non soltanto guerra. Abbiamo bisogno di essere ascoltati. Chiedo ai vostri lettori di aiutare l'Afghanistan ad entrare nel mondo digitale. Noi intanto lavoriamo per promuovere una immagine migliore del nostro Paese.
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