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25 | 05 | 2013
Interismo e leninismo PDF Stampa E-mail
Rassegna Stampa

«Il prezzo della metafora è l'eterna sorveglianza», scriveva Norbert Wiener. Qui abbiamo a che fare con un virtuoso della metafora: un giocoliere, un vero mago. Per usare una diversa figura retorica, la similitudine, dirò che Luigi Cavallaro - autore del libro Interismo leninismo (manifesto libri, 2010, pp. 128, 15 euro) controlla le metafore come Omar Sivori controllava la palla: ne fa quello che vuole. Per questo bisogna leggere Interismo Leninismo con attenzione, il gioco è così raffinato che potrebbe sfuggire. L'incipit, per esempio, potrebbe portare fuori strada: «Comunismo è una parola indicibile» (è un'affermazione strappata a Fausto Bertinotti da Bruno Vespa). Parleremo allora di calcio per poter parlare di comunismo? Useremo cioè il calcio come metafora del comunismo? Niente affatto. Parleremo di calcio. Il calcio - e non il comunismo - è l'effettivo oggetto di questo libro. Ma questo oggetto - qui sta il punto - viene analizzato mediante uno strumento concettuale che finora è stato riservato ad altri oggetti, ai modi di produzione: la concezione materialistica della storia. La vera metafora, dunque, è quella condensata nel titolo; dispiegata, è una metafora per analogia che suona Inter: calcio = Lenin: capitalismo.

Fuor di metafora: l'Inter (di Mourinho) potrebbe rivoluzionare il «modo di produzione calcistico». I miei sinceri auguri a Luigi Cavallaro: non sono interista - per dirla tutta non sono nemmeno tifosa, non riuscendo a concepire l'identità delle squadre nel tempo - ma il calcio mi piace, seguo con interesse le trasformazioni delle tattiche e delle tecniche di gioco e sarei felice di assistere alla nascita di una nuova era calcistica. Ma torniamo alla metafora. Se la versione dispiegata del titolo che ho proposto è corretta, il capitalismo è dunque metafora del calcio. Tanto il capitalismo quanto il calcio - osserva Cavallaro - vengono rappresentati all'insegna dell'individualismo, ma si tratta di una rappresentazione illusoria, o meglio ideologica. Tanto il capitalismo quanto il calcio, infatti, si reggono su una complessa organizzazione collettiva. L'individualismo è l'immagine del capitalismo fornita dalla sfera della circolazione mercantile, dove appare (Cavallaro cita Marx) «un vero Eden dei diritti innati dell'uomo. Qui vi regnano soltanto Libertà, Eguaglianza, Proprietà e Bentham». Ma guardando oltre, entrando «nel segreto laboratorio della produzione sulla cui soglia sta scritto: No admittance except on business» (ora sono io a citare Marx, la stessa pagina del Capitale utilizzata da Cavallaro), scopriamo la crucialità dell'organizzazione capitalistica del lavoro, il comando del capitale, la divisione e la disimmetria dei ruoli, l'appropriazione del lavoro altrui. L'individualismo è l'immagine del calcio fornita dai media - non solo nella celebrazione degli eroi, ma direi nella modalità stessa delle radiocronache e delle telecronache, che seguono la palla e l'azione singola. Ma guardando oltre, guardando l'insieme dall'alto come si fa allo stadio, scopriamo la crucialità dell'organizzazione della squadra, gli schemi di gioco, la distribuzione dei ruoli. L'organizzazione capitalistica del lavoro cambia nel tempo - Marx ha descritto le fasi della cooperazione semplice, lavoratori artigiani riuniti sotto il comando del capitale; della divisione del lavoro nella manifattura, organismo collettivo composto da operai parziali; della grande industria, organismo macchinico che fa degli operai propri «accessori», realizzando a un tempo la massima produttività e la massima alienazione. E cambia l'organizzazione del calcio: dalla piramide, al sistema, al metodo e oltre ancora: fino al calcio totale, prefigurato per alcuni aspetti da Elenio Herrera (Inter!), realizzato con grandissimo rigore teorico nel Milan di Arrigo Sacchi, suscettibile forse di un'interpretazione ancora più radicale se lasceranno fare Mourinho che, secondo Cavallaro, «può ben essere considerato il legittimo erede di Herrera e Sacchi». È un calcio alienante? Così sembra a Nedo Ludi, protagonista di un romanzo di Pippo Russo ampiamente ripreso da Cavallaro. Ma nella versione estrema proposta da Mourinho «in cui tutti attaccano e tutti difendono e ciascuno è sempre un calciatore universale e specialista» potrebbe non essere affatto così. Qui sta il dunque: con tutte queste trasformazioni, siamo ancora all'interno del medesimo «modo di produzione calcistico»? O è avvenuta una transizione - come si chiamavano un tempo i passaggi tra diversi modi di produzione - a qualcosa di profondamente diverso e nuovo? Secondo Luigi Cavallaro, il Milan di Sacchi rappresenta, in effetti, una rottura, una rivoluzione - e non una semplice razionalizzazione, per quanto innovativa e radicale. I rossoneri diretti da Sacchi sono «bolscevichi», con l'avvento pieno del gioco a zona si realizza una vera «rivoluzione collettivistica» - anche se è difficile averne consapevolezza, perché l'ideologia individualista è ancora forte e dissimula la trasformazione avvenuta. E il capitalismo? Anche il capitalismo si trasformerà da solo - ossia spinto dalla propria logica interna, o dallo sviluppo delle forze produttive o dalla dialettica ««negazione della negazione» - in qualcosa di radicalmente altro? Luigi Cavallaro sembrerebbe pensarlo, dato lo spazio che riserva, all'inizio del terzo capitolo, alla marxiana prefazione del 1859 - quella in cui il gioco dialettico tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di produzione spinge nel senso della rivoluzione sociale - dando per altro di questo testo un'interpretazione molto avvertita, lontana dalle versioni teleologiche o ingenuamente evoluzioniste. Ma non entriamo in questa discussione, finiremmo col forzare troppo la metafora perché nel ragionamento di Cavallaro è il capitalismo ad essere metafora del calcio e non viceversa. Dunque, se il gioco a zona ha prodotto una «rivoluzione collettivistica» che lungi dal mortificare l'individuo lo libera dalle gabbie dei ruoli rende il calciatore «onnilaterale» come l'uomo nuovo dei Manoscritti economico-filosofici di Marx - tanto ha potuto Mourinho! - non siamo legittimati a concludere che qualcosa di analogo si produrrà entro il capitalismo. Detto altrimenti, se la storia del calcio ha lavorato per la zona non possiamo illuderci che la storia dei modi di produzione lavori per il comunismo. Né possiamo limitarci a tifare per il comunismo - senza porci il problema delle sue condizioni di esistenza e senza «agire - politicamente - di conseguenza», per citare le parole conclusive di quest'aureo libretto.

di Maria Turchetto

Il Manifesto 1/05/2010.
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