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05 | 09 | 2010
Quando i migranti sono padani PDF Stampa E-mail
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Quello dei frontalieri che sarebbero troppi è un dibattito ricorrente in Ticino da oltre quarant'anni. Negli anni '60 il boom economico in Svizzera, le nuove ambizioni professionali dei ticinesi sempre più attratti dal terziario e l'afflusso di manodopera dal meridione alle province del Nord Italia determinarono un primo flusso di lavoratori dalle regioni di confine. Da allora il numero dei frontalieri in Ticino ha oscillato fra i 30 e i 50 mila. Oggi sono circa 45 mila, su un totale di 175 mila impiegati in Ticino: un lavoratore ticinese su quattro vive in Lombardia o Piemonte e ogni giorno attraversa il confine per la pagnotta. Il contributo dato dai frontalieri al benessere economico dei ticinesi dovrebbe essere chiaro.

Eppure, a cadenze regolari, riesplode la polemica: i frontalieri sarebbero troppi e, ovviamente, porterebbero via il lavoro ai ticinesi. Fino alla fine degli anni '90 bastava una rapida occhiata alle statistiche per dimostrare che l'assunto non è vero: i primi a pagare una crisi economica erano sempre i frontalieri, che a lungo hanno funzionato da ammortizzatori congiunturali - il loro numero diminuiva col rallentare dell'economia. Questa crisi presenta invece un aspetto nuovo: in Ticino sono diminuiti i posti di lavoro, ma non stanno diminuendo i frontalieri. Questo si spiega anche con l'entrata in vigore fra Svizzera e Ue della libera circolazione delle persone: mentre in passato i frontalieri dovevano avere un'autorizzazione per lavorare in Svizzera, ora possono farlo come in qualsiasi altro paese dell'Ue. Sull'ambiguità della situazione ha buon gioco la polemica della Lega dei ticinesi. Tanto che nel dibattito è dovuta intervenire al parlamento federale la ministra dell'economia e presidente della Confederazione Doris Leuthard. Secondo Leuthard, il fatto che nel 2009 in Ticino sia aumentato il numero di frontalieri mentre cresceva la disoccupazione non significa che gli italiani rubino il lavoro ai locali. Anche se, «laddove vi sono molti lavoratori stranieri la ricerca di un nuovo impiego dura di più». «I frontalieri sono un elemento di stimolo per l'economia - prosegue Leuthard - e durante questa crisi nelle regioni di frontiera la disoccupazione non è cresciuta più velocemente rispetto ad altre regioni». Nessun fenomeno di sostituzione. Semplicemente i frontalieri eseguono quei lavori che i ticinesi non sono disposti a svolgere, o perché considerati poco prestigiosi, oppure perché con quel che ci si guadagna in Svizzera non si vive. In un certo senso il Ticino è sempre stato, per la Svizzera, il primo avamposto della delocalizzazione. Negli anni '70 c'era una fiorente industria dell'abbigliamento tenuta in piedi da manodopera frontaliera. Ora che la Cina è maledettamente vicina, in Ticino non si cuce più un bottone. Resta, sul fronte industriale, una forte presenza dell'orologeria, legata al patrio suolo dalla necessità di presentarsi col marchio «Made in Switzerland». Ma a montare i movimenti sono mani lombarde o piemontesi quasi sempre femminili per 2500 franchi lordi (circa 1700 euro), un salario con il quale qui non si campa. Altri settori con forte presenza di frontalieri sono edilizia, artigianato, turismo, ristorazione, vendita, logistica, call center e sanità: negli ospedali pubblici un terzo degli infermieri è costituito da frontalieri.

Gianfranco Helbling*

* direttore del quindicinale Area

 
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