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05 | 09 | 2010
SCENARI GLOBALI: LE COLPE USA NELLA CRISI EUROPEA PDF Stampa E-mail
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I problemi di indebitamento dell'Europa hanno turbato i mercati globali, e l'Europa è stata spesso accusata di vivere al di sopra dei propri mezzi. Negli Stati Uniti molti temono che ci troviamo in una situazione simile. I falchi del deficit sembrano essere in ascesa in entrambi i partiti, e i Repubblicani attaccano le tendenze «europee» del presidente Obama. Ma in questa analisi manca un elemento. In realtà, se l'Europa si trova in difficoltà lo si deve anche a qualcosa di molto americano: i forti tagli regressivi delle imposte, che avrebbero dovuto ripagarsi da soli ma non l'hanno fatto. Dunque il problema non è che stiamo diventando come l'Europa, ma che l'Europa stava cercando di diventare come noi.

E lì, l'economia voodoo non ha funzionato meglio di quanto non abbia fatto qui. Mi rendo conto che «tagli delle imposte» ed «Europa», nella mente della maggior parte degli americani, non sono concetti che vanno insieme. Ma vediamo alcuni esempi. Se prendiamo il periodo intercorso tra la metà degli anni '90 ed oggi, la Germania ha ridotto la sua aliquota di imposizione fiscale sulle società di 27 punti percentuali, mentre l'aliquota di imposta sui redditi più alti è stata tagliata di 9,5 punti. Nello stesso periodo, Spagna e Francia hanno ridotto le loro aliquote di imposta sui redditi più alti di circa 13 punti percentuali, e l'Italia ha ridotto la sua aliquota di imposta sulle società di 20,8 punti e la sua aliquota di imposizione fiscale sui redditi più alti di 6,1 punti. Secondo un rapporto del 2009 dell'agenzia europea per la statistica Eurostat, insieme alla riduzione delle aliquote - che ha avvantaggiato in modo smisurato i redditi più alti - il trend di lungo termine sia in Europa che in America è stato caratterizzato da una riduzione delle entrate provenienti dalla tassazione del reddito personale e delle società e dalla quota delle imposte sul ruolo paga a carico dei datori di lavoro, a fronte di un aumento delle entrate provenienti dalla quota delle imposte sul ruolo paga a carico dei lavoratori. Alcuni paesi hanno anche aumentato l'imposta sul valore aggiunto, una imposta regressiva, per cercare di compensare la riduzione delle fonti di entrata più progressive, come l'imposta sul reddito. Il risultato - secondo Thomas Piketty, professore alla École d'économie de Paris - è che il prelievo fiscale in Europa è diventato più regressivo nel corso degli ultimi quindici anni, mentre i paesi europei competono tra loro per attrarre capitale in un'era di maggiore integrazione. «In Europa abbiamo competizione sui livelli di tassazione, e il risultato è molto semplice: il fattore mobile della produzione, ossia il capitale, è tassato sempre meno; di conseguenza, un fattore meno mobile come la forza lavoro scarsamente qualificata è fortemente tassato» spiega Piketty. Secondo Peter Bofinger, professore all'Università di Würzburg e membro eterodosso del Consiglio degli esperti economici tedesco, in Germania il taglio regressivo delle imposte ha modificato in modo sostanziale il modello economico del paese. «La Germania era quasi nella stessa situazione della Scandinavia (prima del taglio delle imposte)» spiega Bofinger. «Ma ora non è più in quella situazione». Per Bofinger, che recentemente ha pubblicato un editoriale nella Süddeutsche Zeitung con un titolo di segno opposto, «La Germania sta vivendo al di sotto dei suoi mezzi», i risultati per la finanza pubblica sono chiari. Se avessimo le aliquote fiscali del 1998, avremmo 75 miliardi di euro in più di entrate all'anno. Nel contempo, i paesi che non hanno intrapreso riduzioni importanti delle tasse - come in Scandinavia - sono in una posizione fiscale migliore» sostiene Bofinger. (Attualmente la Germania ha in programma tagli alla spesa per 81,6 miliardi di euro in quattro anni.)  Henri Emmanuelli, membro socialista dell'Assemblea nazionale francese ed ex ministro del bilancio, fa una osservazione simile riguardo al deficit della Francia. «Se prendiamo i tagli delle imposte, quello è il nostro deficit» ha detto recentemente in un talk-show radiofonico francese. Come in America sin dall'inizio degli anni '80, così anche in Europa, i sistemi di tassazione sono diventati meno progressivi e hanno contribuito a fare aumentare i deficit dei bilanci pubblici. Purtroppo le riduzioni delle imposte in Europa hanno prodotto un altro risultato cui gli americani possono riferirsi: hanno rafforzato la tendenza a una maggiore disuguaglianza tra i redditi. Camille Landais, un economista francese che lavora all'Università di Berkeley in California, ha studiato l'evoluzione dei redditi più alti in Francia dal 1998 al 2006. Prima di questo periodo, in effetti la Francia aveva resistito alla tendenza alla maggiore disuguaglianza riscontrabile in altri paesi. Ma Landais ha riscontrato quella che lui chiama una «esplosione delle quote di reddito più elevate», cominciata alla fine degli anni '90. Egli sottolinea che ciò non è stato dovuto interamente alla riduzione delle aliquote sui redditi marginali più alti, riduzione che ha avuto inizio in quello stesso periodo, ma i tagli alle imposte hanno contribuito molto al quadro d'insieme. «Le riduzioni delle imposte rafforzano il trend» spiega. «Ed è un effetto di rafforzamento notevole ». In Germania, già prima della crisi economica, alcuni studi avevano dimostrato che la classe media si stava riducendo, che stava crescendo la percentuale della popolazione povera, e che il divario tra ricchi e poveri si stava allargando. In un articolo del 2008 Markus Grabka, dell'Istituto tedesco per la ricerca economica, ha parlato di un «processo di allineamento», ossia la Germania si stava allineando ai livelli di disuguaglianza riscontrabili nel mondo anglofono. Nell'Europa continentale c'è tuttora molta meno disuguaglianza che negli Stati Uniti. «Ma il trend è in linea con quelli degli Stati Uniti a partire dagli anni '80» spiega Landais. «Se i sistemi di tassazione - che sono molto più piatti di quanto la gente non pensi - continueranno a essere così piatti come adesso, non si vede perché, nel giro di vent'anni, la Francia e la Germania non dovrebbero avere la stessa disuguaglianza degli Stati Uniti». Paradossalmente, i partiti del centrosinistra hanno applicato alcune delle politiche fiscali più regressive. In Francia, il governo socialista del premier Lionel Jospin (1997-2002) ha introdotto forti riduzioni delle aliquote, riduzioni che sono proseguite con i successivi governi conservatori in preparazione della apoteosi dei tagli alle imposte verificatasi con l'insediamento del Presidente Nicolas Sarkozy nel 2007. In Germania, la coalizione socialdemocratici-verdi guidata dal cancelliere Gerhard Schröder (1998-2005) ha mostrato uno zelo per i tagli alle imposte che ha sorpreso tutti. Come commentò l'importante settimanale Die Zeit in un editoriale del 2000: «La coalizione sta perseguendo una politica a cui due anni fa nessuno avrebbe creduto: l'arretramento dello stato, simboleggiato dall'aver rinnegato le entrate fiscali e dal fatto che le aliquote fiscali dei redditi più alti hanno subìto i tagli più consistenti mai registrati nella storia della Germania del dopoguerra». Perché il centrosinistra europeo abbia imboccato questa strada è un argomento estremamente complicato. Ma una delle ragioni è che i partiti di centrosinistra volevano essere percepiti come manager economici competenti, e questo significava non sfidare il dogma dominante secondo cui la crescita richiederebbe politiche liberiste di sostegno al capitale. Negli Stati Uniti non si è sufficientemente consapevoli della profondità con cui questo pensiero ha penetrato il discorso pubblico europeo, ma è emblematico che l'editoriale sopra citato dello stesso settimanale social-democratico Die Zeit non criticasse le riduzioni delle imposte introdotte dal governo Schröder. Esso le approvava caldamente, e le giustificava persino con la seguente affermazione categorica, che avrebbe potuto essere tratta da un documento programmatico della Camera di Commercio degli Stati Uniti: «Non c'è dubbio su questo: la crescita economica sarà rafforzata grazie a una minore pressione fiscale, le compagnie tedesche diventeranno ancora più competitive, e gli investitori stranieri non indietreggeranno davanti alle alte imposte tedesche. Tutto questo favorisce la prospettiva di nuovi posti di lavoro». Con una simile resa del campo intellettuale, che cosa ha fatto il centrodestra? Ha voluto riduzioni delle imposte ancora maggiori. Così Friedrich Merz, il fautore più convinto di un governo minore tra i cristiano-democratici conservatori tedeschi, ha sferrato un attacco dopo l'altro alle riduzioni delle imposte di Schröder, perché troppo timide. Il centrosinistra era per dei tagli di massa, regressivi, storici; il centrodestra era per dei tagli più grandi. Nella sua campagna del 2005, Angela Merkel ha persino impiegato un autorevole difensore della tassazione ad aliquota fissa come consigliere (anche se ha poi dovuto prendere le distanze da lui, perché Schröder stava sfruttando questo fatto per tentare di chiamare a raccolta la base socialista). Dopo le elezioni del 2009, la coalizione di Merkel con i liberali, favorevoli alle imprese, ha proposto nuove riduzioni fiscali - ma queste per il momento sono state accantonate, mentre l'accento viene posto su una severa riduzione del deficit. È in questo contesto che cominciamo a capire quanto possa apparire irritante, per l'elettore medio europeo, l'attuale tendenza alla austerity. Le riduzioni fiscali sono state tali da avvantaggiare in modo spropositato i molti ricchi. Il promesso boom, che avrebbe dovuto creare maggiori redditi per tutti, non si è materializzato. Poi, quando l'economia è entrata in recessione, c'è stato il soccorso alle banche. Ed ora viene presentato il conto a persone che non erano nemmeno state invitate al banchetto. Oltre alla realtà economica tecnica - questo è probabilmente il momento sbagliato per adottare misure di contrazione - la politica dell'austerità sarà resa ancor più difficile dalla storia recente delle riduzioni fiscali regressive. È importante ricordarlo, perché la maggior parte dei media sicuramente dipingeranno coloro che protestano contro i tagli alla spesa come persone irragionevoli, viziate e piagnucolose incapaci di riconoscere che, semplicemente, non ci sono soldi da spendere. Sarà importante ricordare perché i soldi non ci sono. Come negli Stati Uniti, una ragione importante per cui i soldi non ci sono è che sono state ridotte eccessivamente le imposte sulle maggiori ricchezze, individuali o societarie. Mentre i decisori politici dovrebbero concentrarsi sulla crescita e sull'occupazione, non sulla riduzione del deficit, nel lungo termine avremo bisogno di elaborare una nuova economia politica, sia in Europa che in America. Questa economia politica post-crisi dovrà essere basata su una rafforzata filosofia di giustizia ed equità economica, e ciò non può che manifestarsi in un ritorno alle aliquote di imposta, molto più elevate per i redditi più elevati, che esistevano negli Stati Uniti prima della presidenza Reagan, e in Europa prima della recente ondata di riduzioni fiscali. Nell'agenda di entrambe le sponde dell'Atlantico ci sono aumenti fiscali - anche per i ricchi - ma nessuno parla di un ripensamento fondamentale della politica fiscale e di un ritorno alle aliquote che esistevano negli Stati Uniti dall'inizio degli anni '40 fino agli anni '70 del Novecento - incidentalmente, il periodo che ha visto il massimo benessere diffuso nella storia americana. Qui, e in tanti altri paesi, la nostra risposta alla crisi è stata timida e priva di immaginazione.

di Jordan Stancil

Da The Nation, traduzione di Isa Melampo

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