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Fu il momento più alto e drammatico di una gestione dell'ordine pubblico non nuova, ma mai così cruenta e determinata, che sembrava prefigurare, in coerenza con l'ingresso dei fascisti nell'area governativa, un salto nel buio che poteva essere senza ritorno. A quindici anni dalla fine della guerra l'antifascismo tornava ad essere valore concreto e operante, fuori dalle imbalsamazioni retoriche, luogo di tensione e di raccordo della democrazia italiana. Nasceva di fatto un «arco costituzionale», e si affermava un limite invalicabile destinato a durare a lungo. Ma il luglio 1960 è anche lo snodo di una storia più lunga, e complicata, che il paese aveva vissuto sottotraccia, quasi senza rendersene conto, ma che ora giungeva improvvisamente al momento di una scelta ineludibile. Il luglio Sessanta chiude una fase e ne apre un'altra, determina il futuro prossimo del paese tra due opzioni che erano sul campo già dal 1953, e che si fronteggiavano all'interno della Democrazia Cristiana. Detto in terminimolto banali si trattava di scegliere, una volta constatata la precarietà del centrismo come formula di governo di un paese in trasformazione tumultuosa, se «aprire» a sinistra oppure se appoggiarsi esplicitamente e non più sottobanco alla destra monarchica e fascista. La discussione sembrava avere tempi lunghissimi e inconcludenti, destinati ad estenuarsi ancora a lungo, fino alla brusca e imprevista accelerazione del governo Tambroni, nato con intenti di decantazione perché, nelle intenzioni del presidente della Repubblica, favorisse il maturare di un dialogo con i socialisti, ma trasformatosi in maniera torbida in qualcosa d'altro, con l'accettazione del voto esplicito dei fascisti in Parlamento. Il giornalismo storico del politicamente corretto piange da tempo sull'occasione mancata di uno «sdoganamento» della destra italiana, proiettando anacronisticamente scenari di fine millennio su quelli di metà secolo, senza ricordare cosa fosse all'epoca la destra di Michelini,ma anche di Almirante e di Caradonna. Né si comprende perché il caso Tambroni avrebbe «costretto» la destra a rinserrarsi in una cultura politica fatta di sogni e dimaneggi attorno a colpi di stato, nell'attesa di uomini forti e colonnelli, anziché elaborare una propria visione della democrazia fuori da nostalgismi e mitologie che nel 1960 apparivano inaccettabili o incomprensibili alla grande maggioranza degli italiani. Non fu la «piazza» a far cadere il governo, dando vita a una mistica della «spallata» popolare che avrebbe condizionato a lungo la sinistra secondo Paolo Mieli emolti altri: il governo cadde per le dimissioni degli esponenti della sinistra democristiana, e fu una decisione politica ragionata e razionale, di fronte alla prospettiva che quel tipo di governo del paese e dell'ordine pubblico apriva a chiunque avesse occhi per vedere. Poco meno di due mesi dopo, le Olimpiadi di Roma, bellissime per cornice e risultati, rappresentarono la prima grande vetrina internazionale dell'Italia repubblicana, da poco ammessa nelle Nazioni Unite. Rimossa dall'Italia «moderata» e «benpensante», l'ombra del passato fascista era ancora ben presente presso l'opinione pubblica internazionale. Arrivare a questo appuntamento con un governo di fascisti e filofascisti sarebbe stato semplicemente catastrofico per la nostra immagine. Prendeva avvio la particolare formadi una modernità italiana ricca di contraddizioni e di vitalità, in cui finalmente politica e cultura, sindacati e partiti, si interrogavano sulle vie di uno sviluppo adeguato alla grande trasformazione economica che il paese aveva vissuto negli anni precedenti. Il luglio Sessanta dava avvio agli anni più intensi della nostra storia, di lotte, di drammi e di conquiste: un ventennio in cui prendeva forma una intelaiatura sociale, istituzionale e legislativa che rappresenta il nucleo estenuatoma resistente di quanto ancora rimane della nostra democrazia. Il tributo di sangue dei cittadini mitragliati a Genova, Roma, Licata e Reggio Emilia aveva reso possibile questa storia, e non si osa pensare a cosa sarebbe potuto accadere negli anni Sessanta italiani se il braccio di ferro attorno al governo Tambroni si fosse concluso con la vittoria di un blocco clericofascista e reazionario. di Gianpasquale Santomassimo Il Manifesto, 4/07/2010
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Nell'estate di 50 anni fa una generazione di ragazzini, tenuta a battesimo dalle piazze di Genova e di Porta San Paolo a Roma, dai morti di Licata, Palermo, Catania e Reggio Emilia, avviava una nuova stagione della democrazia italiana e dell'antifascismo In quella estate, e solo in quella, ragazzini, adolescenti, giovani, indossavamo magliette a righe orizzontali rosse o blu, ma nelle foto in bianco e nero sembravano tutte uguali, quasi una divisa generazionale, che le foto degli scontri di Genova nel luglio Sessanta restituiscono a cinquant'anni di distanza. Era l'avvio del cammino di una generazione, idealmente tenuta a battesimo dalla piazza di Genova, dalle cariche dei carabinieri a cavallo a Porta San Paolo a Roma, dai morti di Licata, Palermo, Catania, fino all'eccidio di Reggio Emilia.