| Respinti dall'Italia rischiano la morte |
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I 245 ragazzi, trasferiti qui come «punizione» per essersi rifiutati di riempire un modulo in tigrino (la lingua che si parla in Eritrea) propedeutico con ogni probabilità a un loro rimpatrio coatto, raccontano una quotidianità da incubo: «Siamo stipati in tre grandi vani, una ottantina per stanza, insieme ai feriti. Ogni tanto entrano le guardie e ci picchiano. Ci minacciano in continuazione. Ci dicono: non avete scelta, o vi deportiamo o vi ammazziamo». Uno di loro aggiunge preoccupato: «Hanno preso due di noi da venerdì e da allora non sappiamo che fine abbiano fatto». Il centro, gestito attualmente dai reparti speciali dell’esercito, è già stato usato in passato come punto di transito per rimpatri collettivi di cittadini dell’Africa occidentale. Ed è proprio questo che temono i richiedenti asilo eritrei: la deportazione ad Asmara, con tutte le conseguenze che questo comporta (carcere, lavori forzati o addirittura condanna a morte per diserzione dal servizio militare, che in Eritrea ha una durata illimitata). «Il direttore del centro – continua il nostro interlocutore – ci ha detto che entro una settimana saremo a casa. Non riusciamo a capire se è una minaccia o se in effetti hanno deciso di rimpatriarci». Tutto lascia pensare che la Libia stia effettivamente organizzando un rimpatrio di massa verso l’Eritrea, una prassi che aveva abbandonato dal 2006. Ed è per evitare questa eventualità che si stanno moltiplicando le pressioni su Tripoli. Ieri l’organizzazione statunitense Human rights watch ha emesso un comunicato piuttosto duro: «Le autorità libiche dovrebbero interrompere ogni sforzo per deportare un gruppo di 245 eritrei, alcuni dei quali severamente picchiati dalle guardie», si legge nel testo. Ma non mancano anche le pressioni sul governo italiano, che nella vicenda ha una responsabilità morale e politica, poiché una buona parte di quei richiedenti asilo è stata rispedita indietro dall’Italia nel corso delle cosiddette operazioni di «respingimento in mare», attivate nel maggio 2009 come frutto della cooperazione italo-libica e in conseguenza alla firma del famoso Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione del 2008. Il Consiglio italiano dei rifugiati (Cir), che ha un ufficio in Libia e presta assistenza agli immigrati in altri centri si è appellato al presidente Giorgio Napolitano affinché si interessi personalmente alla vicenda. Alcuni deputati – sia dell’opposizione che della maggioranza – hanno esortato il governo a intervenire. L’esecutivo ha risposto per bocca di Margherita Boniver, presidente del comitato Schengen e inviato speciale per le emergenze umanitarie. «Ci auguriamo - ha detto Boniver, che ha di recente condotto una missione in Libia e visitato alcuni centri - che la vicenda, prima di tutto umana, dei cittadini eritrei in territorio libico si concluda positivamente. Per questo obiettivo sono stati attivati tutti i canali utili». Salvo poi respingere al mittente le accuse di corresponsabilità: «Le richieste polemiche indirizzate al governo italiano sono del tutto infondate e soprattutto antistoriche e controproducenti perché non rispettano la sovranità della Libia». La sottosegretaria dimentica che molti di quei richiedenti asilo sono stati intercettati in mare dalla nostra marina militare e rimandati indietro in un paese che non ha firmato la Convenzione di Ginevra del 1951, in aperta violazione con la legislazione umanitaria internazionale. Stefano Liberti Il Manifesto, 6/07/2010
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«Fate intervenire la comunità internazionale. Temiamo per la nostra vita». La richiesta d’aiuto arriva dal centro di detenzione libico di Braq, dai 245 richiedenti asilo eritrei trasferiti manu militari da Misratah il 30 giugno. Un grido di disperazione per una situazione che, nelle parole degli stessi immigrati, «si fa di ora in ora più critica». Secondo le testimonianze raccolte per telefono direttamente dal centro, tra i 245 «reclusi» ci sarebbero una ventina di feriti, anche con lesioni gravi. Nessun medico li ha visitati e alcuni starebbero cominciando a mostrare segni di infezioni.