| FIAT, IL SOGNO INFRANTO |
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Ha strappato quattro firme Marchionne, con ricatti scambi e promesse, ma il sindacato più rappresentativo e radicato nelle fabbriche, la Fiom, ha detto di no perché il sì avrebbe significato rinunciare ai diritti fondamentali sanciti da contratti, leggi e Costituzione. A quel punto il dirigente liberal, quello che fino a due anni fa sosteneva che il costo del lavoro nell'auto incide appena per il 6%, dunque né licenziamenti né chiusura di stabilimenti, l'ha pensata bella: impongo un referendum agli operai di Pomigliano chiedendo di votare sì al diktat così fotto le tute blu e la Fiom. Gli avevano garantito un plebiscito, la politica quasi al completo con un tifo da stadio, i segretari di Cisl e Uil che giuravano sulla testa dei figli, i capi che minacciando la «plebe» pensavano di fare il pieno. Invece il 40% degli operai, ricattati, controllati, schiacciati da una crisi che al sud colpisce di più, in un territorio controllato dalla criminalità, ha messo la croce sul no. Un atto, più che di eroismo di dignità. Così Marchionne, tentato di rovesciare il tavolo e liberarsi di Pomigliano una volta per tutte, ha dovuto cedere: la Panda si farà, nonostante l'opposizione di una parte essenziale e condizionante della fabbrica. Voleva umiliare, insieme agli operai, anche la Fiom e invece ha regalato a tutti e due una vittoria straordinaria. di Loris Campetti da Il Manifesto del 10/07/10
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Dato che Pomigliano non si piega, si è dovuto piegare Sergio Marchionne.