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05 | 09 | 2010
FIAT, IL SOGNO INFRANTO PDF Stampa E-mail
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Dato che Pomigliano non si piega, si è dovuto piegare Sergio Marchionne.
L'amministratore delegato ha bevuto l'amaro calice confermando l'investimento di 700 milioni di euro a Pomigliano dove sarà prodotta la nuova Panda. Come condizione il capo della Fiat aveva preteso la firma di tutti i sindacati sulle clausole capestro dell'accordo che prevedevano la rinuncia a esercitare il diritto di sciopero, a vedersi riconosciuta e retribuita la malattia, persino a consumare il pasto in un intervallo del lavoro terribile alla catena. Se volete lavorare rinunciate ai diritti, un diktat odioso.

Ha strappato quattro firme Marchionne, con ricatti scambi e promesse, ma il sindacato più rappresentativo e radicato nelle fabbriche, la Fiom, ha detto di no perché il sì avrebbe significato rinunciare ai diritti fondamentali sanciti da contratti, leggi e Costituzione. A quel punto il dirigente liberal, quello che fino a due anni fa sosteneva che il costo del lavoro nell'auto incide appena per il 6%, dunque né licenziamenti né chiusura di stabilimenti, l'ha pensata bella: impongo un referendum agli operai di Pomigliano chiedendo di votare sì al diktat così fotto le tute blu e la Fiom. Gli avevano garantito un plebiscito, la politica quasi al completo con un tifo da stadio, i segretari di Cisl e Uil che giuravano sulla testa dei figli, i capi che minacciando la «plebe» pensavano di fare il pieno. Invece il 40% degli operai, ricattati, controllati, schiacciati da una crisi che al sud colpisce di più, in un territorio controllato dalla criminalità, ha messo la croce sul no. Un atto, più che di eroismo di dignità. Così Marchionne, tentato di rovesciare il tavolo e liberarsi di Pomigliano una volta per tutte, ha dovuto cedere: la Panda si farà, nonostante l'opposizione di una parte essenziale e condizionante della fabbrica. Voleva umiliare, insieme agli operai, anche la Fiom e invece ha regalato a tutti e due una vittoria straordinaria.
Forse è sincero Marchionne, che non perde occasione per citare Marx, quando in una lettera a tutti i dipendenti si dichiara incredulo che qualcuno sostenga l'esistenza di una contraddizione e dunque di un conflitto tra azienda e lavoratori. Ma che conflitto, siamo tutti sulla stessa barca anzi sulla stessa nave in guerra contro altre navi dove pure padrone, manager e operai fanno parte della stessa armata. Forse se ne è convinto lavorando negli Stati uniti, e si è convinto al tempo stesso che le medesime regole - cioè nessuna regola per il capitale - devono valere lungo tutti i meridiani e i paralleli. Solo così, e con i soldi degli stati in cui opera, Marchionne pensa di poter competere a livello globale.
Ma a Pomigliano è successo che le pedine hanno dato scacco al re. E con Pomigliano le lotte sono ripartite a Melfi, a Cassino, a Mirafiori dove gli operai hanno capito l'antifona e oggi contribuiscono a infrangere i sogni di Marchionne. Il conflitto di classe esiste, Marchionne deve prenderne atto e farci i conti. Mazziare gli operai di Pomigliano ed escludere la Fiom dal confronto non fa bene a nessuno, neanche all'azienda.

di Loris Campetti

da Il Manifesto del 10/07/10

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