| Il Sessantotto, checché se ne dica, una rivoluzione l'ha fatta |
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Il Sessantotto, checché se ne dica, una rivoluzione l'ha fatta. Si chiama Basaglia. La legge 180 dà fastidio a molti ancora oggi. L'accusa più morbida che si possa sentire è che Basaglia, criticando la psichiatria finì con il cadere nell'antiscienza e nell'irrazionalismo. Se ne parlerà oggi nel convegno "Franco Basaglia e la filosofia del '900" con Eugenio Borgna, Mario Colucci, Romolo Rossi, Massimo Recalcati, Ota De Leonardis, Alessandro Dal Lago, Carlo Sini e Pier Aldo Rovatti (Milano, via Festa del Perdono 7, aula Crociera Alta, dalle 9 alle 17). Cosa è vivo, cosa è morto della svolta basagliana? Lo chiediamo a Massimo Recalcati, psicoanalista e docente di psicopatologia del comportamento alimentare. Cosa c'è che non funziona nella 180 e cosa continua ancora oggi a funzionare? La battaglia di Basaglia contro l'istituzione del manicomio è stata anche una battaglia svolta all'interno della psichiatria, contro la psichiatria, ovvero contro il suo ruolo sociale di difesa della società dal folle, dal deviante, dal pazzo. La chiusura dei manicomi è stato un atto giusto di soppressione di istituzioni tanto violente, oscene e brutali quanto inutili ai fini terapeutico-riabilitativi. Ma Basaglia era preoccupato per il futuro della psichiatria e del trattamento della malattia mentale dopo l'approvazione della Legge. Il suo ragionamento non è mai stato: poiché la malattia mentale non esiste ma è solo il prodotto del manicomio se chiudiamo il manicomio risolviamo per sempre il problema della malattia mentale. Per Basaglia l'abolizione dei manicomi significa piuttosto l'assunzione di una nuova responsabilità da parte delle istituzioni per promuovere una logica alternativa di intervento rispetto a quella disciplinare e segregativa; una logica reticolare, frammentata, indebolita. La battaglia culturale e politica auspicata da Basaglia all'indomani dell'approvazione della Legge 180 è ancora da giocarsi. Si accusa Basaglia di aver negato che la psichiatria è una scienza. E' davvero così? In realtà Basaglia rifiutò sempre di considerarsi un antipsichiatra, anzi egli rivendicò il suo far parte della psichiatria. Il rifiuto dell'antipsichiatria e il rifiuto nei confronti di una esaltazione ideologica della follia si spiegano considerando l'atteggiamento di fondo di Basaglia: cambiare dall'interno la psichiatria, produrre una rivoluzione nel discorso della psichiatria, nella sua stessa identità e nelle sue istituzioni. Se si rileggono gli scritti di Basaglia si resta colpiti da un movimento di cesura che li attraversa. Sino alla metà degli anni sessanta è un giovane psichiatra di impostazione fenomenologica che si occupa da psicopatologo della malattia mentale con la preoccupazione vivissima di salvaguardare la soggettività del malato di fronte alla violenza del sapere psichiatrico e della sua attitudine a ricoprire la dimensione più misteriosa e dunque più particolare dell'essere umano con un uso anonimo e oggettivante delle categorie nosografiche. Basaglia avvertiva allora la necessità di operare una sospensione, una epoché, di tutte queste categorie sclerotizzate per poter ridare parola al paziente. Dalla metà degli anni sessanta il protagonista dei suoi scritti cambia; non è più la soggettività sommersa del paziente e il suo essere ridotto ad oggetto da un uso reificato del linguaggio psichiatrico ma è il manicomio come istituzione capace di produrre un soggetto alienato. Esso non rappresenta solo un'istituzione disciplinare brutale che distrugge la soggettività degli internati ma è anche l'espressione del carattere ideologico della psichiatria che, attraverso il manicomio, risponde all'esigenza di ordine sociale della borghesia confinandovi coloro che deviano dalla norma stabilita dalla ragione. Si consuma qui il passaggio dalla fenomenologia al marxismo. E' necessaria una strategia politica più articolata e più radicale che investa la struttura stessa del potere psichiatrico, cioè il manicomio. Ma il motivo di fondo dell'insegnamento di Basaglia è sempre stato un motivo umanistico: salvare l'uomo dall'alienazione, liberare la soggettività dalla prigione del sapere-potere. La follia non è malattia. L'analista deve restare in ascolto dell'altro e spogliarsi d'ogni certezza. E' questo l'aspetto più attuale di Basaglia? Indubbiamente di fronte alla avanzata recente della cosiddetta psicologia scientifica, vedi, per esempio, le terapie cognitivo-comportamentali e delle sue nuove tecniche di addestramento disciplinare del soggetto, l'appello di Basaglia all'importanza dell'"incontro" con il paziente, al rifiuto di trattamenti coercitivi, alla valorizzazione dell'ascolto della parola e della storia del paziente, alla critica nei confronti di un uso difensivo e violento delle categorie diagnostiche, ma soprattutto la sua problematizzazione dialettica della nozione di confine, di confine tra normalità e anormalità, tra razionalità e irrazionalità, tra corpo individuale e corpo sociale, tra soggetto e istituzione, laddove ritiene che questo confine non può funzionare da barriera, non deve servire cioè a definire solo delle identità chiuse, separate le une dalle altre, ma deve essere in grado di rendersi permeabile a transiti differenti, ebbene tutta questa problematica ha un respiro etico tale da apparire ancora oggi come una riflessione di grande valore e non solo nel campo della clinica. La questione basagliana del confine pone il problema di come iscrivere la libertà individuale in una comunità che non operi per esclusioni del diverso ma per la via della sua integrazione. Basaglia contesta la scienza in quanto legittimazione ultima del manicomio. C'è affinità con il gesto etico di Lacan contro il "soggetto presunto sapere"? Basaglia e Lacan hanno lavorato negli stessi anni ma si sono più o meno ignorati. E sarebbe prezioso ricostruire un possibile dialogo tra questi due grandi figure della storia della psichiatria e della psicoanalisi. E se provassimo a ricostruire questo dialogo mancato potremmo notare che esistono diversi motivi comuni. Uno tra questi è la critica non tanto alla scienza in quanto tale, ma alla sua degenerazione scientista, disumanizzante, violenta, segregativa. Per Basaglia e per Lacan la dimensione particolare della soggettività è ciò che più conta. Con una precisazione però; la soggettività di cui entrambi parlano non coincide affatto con l'individualità chiusa su se stessa, con l'interiorità psicologica, di cui una certa psicoanalisi dopo Freud ha fatto l'elogio. Un altro motivo comune è anche la critica radicale alla versione "borghese", direbbe Basaglia, della psicoanalisi. Quella versione che isola e separa astrattamente il mondo interno dal mondo esterno, l'individuale dal sociale, e che pone come obbiettivo di una cura psicoanalitica l'adattamento acritico del soggetto al principio di realtà, all'ordine stabilito, al mondo così com'è, spegnendo di fatto ogni slancio creativo e ogni prassi capace di realizzare trasformazioni. Tonino Bucci Liberazione
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