Home Politica, diritti, società Politica, diritti, società Ci vogliono far decrescere, impediamolo
19 | 06 | 2013
Ci vogliono far decrescere, impediamolo PDF Stampa E-mail
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Non ho mai avuto né molto interesse né molta simpatia per la teoria della decrescita. Consideravo evidente il fondo malthusiano di quelle posizioni, come peraltro è confermato dal primo punto del documento collettivo: «Una crescita esponenziale... prima o poi si scontrerà con i limiti fisici del pianeta». A prima vista sembra ovvio, e l'intenzione politica di sinistra è indubbia. Eppure il reverendo Malthus non si esprimeva molto diversamente. Gli uomini, diceva, crescono esponenzialmente mentre le risorse naturali crescono più lentamente. La miseria dei poveri è inevitabile. Rinforzava l'argomento sostenendo che l'aumento del prezzo delle granaglie al suo tempo fosse sintomo della prossima saturazione produttiva, mentre invece era dovuto alla guerra francoinglese e alla rendita dei proprietari terrieri inglesi. Le sue previsioni sono state clamorosamente smentite da tre forze potenti: la dinamica della produttività agricola, il rallentamento demografico e le lotte dei lavoratori che cambiarono la distribuzione del reddito.

Negli anni '70 il Club di Roma ripropose il tema dei "limiti dello sviluppo", dovuti al prossimo esaurimento delle risorse. In realtà si era esaurita la disponibilità dei gruppi dirigenti ad accettare uno sviluppo in cui la quota dei profitti calasse. Da allora l'orizzonte di esaurimento delle disponibilità energetiche si è spostato molto più in là. Il risparmio energetico è cresciuto enormemente e ha ancora grandissimi margini. La tensione sul mercato petrolifero oggi è dovuta soprattutto al fatto che la produzione cresce a un tasso inferiore a quello della domanda, per decisione dei produttori. Come ai tempi di Malthus, il fattore cruciale non è la disponibilità fisica delle risorse, ma il modo dell'utilizzo, le possibilità di sostituzione e i gli interessi che lo impediscono. C'è un'altra ragione per cui questa discussione mi pare fuorviante. Per quanto importanti siano i temi sollevati nel documento, non trovo convincente la soluzione, vista anche la recessione che si profila. È infatti superfluo che noi optiamo per la decrescita, perché è già stato deciso da altri che dobbiamo decrescere. E, tra noi, devono decrescere lavoratori e percettori di redditi medio-bassi, e perfino medi. Non penso a cupole o a cupole di cupole. Ma c'è sicuramente un sentire comune tra i gruppi dirigenti mondiali, che si forma nei think-tank, si diffonde nei vari incontri, da Aspen a Davos, sostenuto dall'adesione a un dogma incrollabile: mai più l'inflazione degli anni '70, cioè mai più piena occupazione e crescite salariali come nel dopoguerra. Per questo non può stupire che, appena frenata la catastrofe che avrebbe potuto seguire al crollo finanziario del 2007-08, sia partita l'agitazione contro quei deficit fiscali che l'avevano impedita. Alcuni, ingenuamente, avevano pensato che questa crisi avrebbe potuto essere l'occasione per un ritorno a politiche keynesiane, per quanto moderate. Invece si è visto chiaramente che la situazione di diffusa disoccupazione e difficoltà economica dovuta alla crisi è stata ritenuta un'occasione per ridurre ulteriormente i margini di benessere conquistati nei decenni passati. L'ha detto con chiarezza Draghi, invocando una riduzione sia delle difese contrattuali che di quella difesa contro l'incertezza, dovuta a malattie e vecchiaia, che si chiama welfare. La motivazione di fondo è sempre la stessa, malthusiana. È iniziata una fase di crescita di nuove aree, si dice, l'Asia oggi, l'Africa dopodomani; per evitare una pressione sulle risorse, crescendo queste aree, l'Europa deve decrescere. La globalizzazione, dicono, è come dei vasi comunicanti in cui il liquido deve calare qui e crescere là. Ovviamente, se i paesi emergenti crescono a ritmi superiori ai nostri, diminuirà la percentuale del nostro Pil su quello mondiale. Ma non deve necessariamente calare il suo livello. Inoltre, non si prende in esame la distribuzione del reddito. Oggi è in auge la dottrina che si può migliorare la situazione dei precari solo peggiorando quella dei meno precari, e si può migliorare quella dei giovani solo a danno dei pensionati. E cambiare la quota dei profitti, invece? Quello che è successo all'art.18 è istruttivo. Per quanto sia insoddisfacente il testo della legge, l'offensiva per la sua cancellazione è stata fermata. E ciò, considerate le forze esigue con cui era iniziata la battaglia politica, è un grande risultato. Oggi l'obiettivo principale dovrebbe essere quello di vanificare la strategia recessiva nei paesi sviluppati. La discussione sulla sostenibilità è importante, ma non con l'obiettivo della decrescita, bensì per evitarla. Perchè ci vogliono far decrescere. Dobbiamo impedirlo.

Gabriele Pastello

Il manifesto, 18/0472012

 

 

 

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