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A proposito di Italia-Brasile, calcio e lotta armata. Giusto 40 anni fa, il 4 febbraio 1969, João Saldanha diventava allenatore della nazionale verdeoro. Un giornalista sportivo colto, tagliente e popolare che nonostante una tempestosa militanza nel Partito comunista, viene chiamato a risollevare le sorti della Selecão nel pieno della dittatura militare. Nel giro di un anno, Saldanha qualifica il Brasile alla Coppa del mondo del 1970 e restituisce al popolo l'allegria del futebol, appannatasi dopo il fiasco ai mondiali inglesi del '66. Tre mesi prima del calcio d'inizio in Messico, viene destituito per ordine dell'Ammiraglio Garrastazu Medici, presidente della Repubblica. Gli danno il benservito sostenendo che l'alcol e il successo gli han dato alla testa: ha minacciato con la pistola l'allenatore del Flamengo, ha stravolto la squadra per fare esperimenti, ha fatto accomodare in panchina persino Pelé. C'è qualcosa di vero ma il motivo del suo allontanamento è un altro. Saldanha usa l'enorme potere mediatico del suo incarico per contestare il regime e preparare la rivoluzione.
E' il primo comunista a capire che il calcio non è l'oppio dei popoli ma uno strumento di emancipazione e di pratica culturale per le classi popolari. Denuncia ai giornali stranieri miserie e repressione della dittatura. Mentre è in Messico con la nazionale, incontra Pablo Neruda. Mette in ombra i generali. «La mia presenza disinnesca quella di Medici, ai Mondiali gli unici eroi saranno i calciatori». Non andò proprio così. Il Brasile di Pelé, Tostão e Jairzinho, costruito da lui e portato in trionfo da Zagallo (un suo ex giocatore), conquista la terza Coppa Rimet in finale contro l'Italia e la consegna all'ammiraglio Medici. Il quale dà un calcio al pallone e annuncia tutto fiero. «Nessuno più fermerà il Brasile». Saldanha torna a fare il giornalista, l'agitatore semi-clandestino. Brinda al requiem della dittatura e si spegne a Roma, durante i mondiali del '90, dopo aver raccontato la semifinale tra Italia e Argentina, l'ultima partita della sua vita. Poco conosciuta al di fuori del Brasile, la storia di Saldanha è stata raccolta in un bellissimo libro del giornalista carioca André Iki Siqueira, fatto recapitare al manifesto da un amico passato per Rio. João Saldanha, uma vida em jogo (551 pagine, Companhia Editora Nacional, 2007). Una vita folle, passionale, romanzesca. Degna di un film neo-realista, secondo l'autore che l'ha ricostruita incrociando i ricordi e le testimonianze di amici, parenti, giocatori, colleghi e nemici. Sulle gesta di Saldanha, circolano innumerevoli versioni, quasi mai concordanti tra loro. João si appropriava di storie raccolte per strada, le reimpastava a suo piacimento, ne diventava il protagonista e le condivideva con la gente attraverso radio, giornali e tv. Mischiando calcio e politica, le sue due grandi passioni (insieme al samba e alle donne). Aveva un caratteraccio carismatico e una capacità innata di comunicare, fumava 4 pacchetti di Continental al giorno, girava in Volkswagen e maneggiava con poca cautela una calibro 32 a canna corta, o ferrinho. Si sposò 4 volte e attraversò l'Atlantico più di cento, per lavoro e in missione per conto del partito. Sosteneva di aver assistito a ogni singola edizione dei mondiali di calcio dal 1934 in poi, quando accompagnò la madre in Germania per un'operazione all'intestino e prese la via dell'Italia dopo aver letto sui giornali che lì giocava il Brasile. João Alves Jobim Saldanha nasce il 3 luglio del 1917, pochi mesi prima della rivoluzione bolscevica, terzo di 5 figli di una famiglia di fazendeiros del Rio Grande del Sud. Gli avi, per metà brasiliani e metà uruguagi, avevano combattuto guerre di liberazione al confine tra i due paesi, proprio dove viene al mondo João anche se non vi è certezza nemmeno sulla sua città natale: Alegrete, Ibirocaì, Porto Alegre o Tacuarembò. Il papà Gaspar appoggia il golpe di Getùlio Vargas e nel '31 trasferisce la famiglia a Rio de Janeiro. A 14 anni João scopre la sabbia di Copacabana e diventa tifoso del Botafogo, dominatore assoluto del campionato carioca. Non si perde un Carnevale e gli amici lo ribattezzano Fred Astaire per l'eleganza e il fisco asciutto. Entra nelle giovanili del club alvinegro e s'iscrive alla facoltà di Legge. E' qui che entra in contatto col Partito comunista di Prestes (Pcb), al quale s'iscrive appena 18enne: partecipa agli scontri con la polizia e mentre Vargas abolisce il parlamento, lui recluta quadri e vince campionati giovanili di calcio e basket. Aprofittando dei tornei internazionali col Botafogo, il partito lo incarica di raccogliere fondi per i compagni in esilio e gli affida dossier da diffondere in Europa, senza grande successo. La sua carriera da calciatore finisce nel '39 per un infortunio alla caviglia ma resta al Botafogo come interprete per l'allenatore uruguagio Ondino Vieira e così ricomincia a viaggiare. Dice che il 6 giugno del '44 vive il D-Day in presa diretta al fianco del generale Montgomery ma anche gli amici più stretti la considerano una divertente bugia. Torna in Brasile dove il Pcb è uscito dalla clandestinità, inizia a scrivere su Fohla do Povo e diventa responsabile culturale dell'Unione della gioventù comunista. La polizia lo inserisce nella lista nera e lo arresta per la prima volta nel '47 al termine di un comizio. Il Botafogo gli viene in soccorso, offrendogli il ruolo di direttore tecnico del club ma al Congresso brasiliano per la pace, il capo della polizia fa irruzione nella sala e João lo prende a sediate. Scoppia il finimondo, spari da tutte le parti, un proiettile s'infila nel polmone destro di Saldanha. Con l'identità di Joao Souza, viene mandato a organizzare la lotta del sindacato a San Paolo, poi alla Scuola quadri di Praga, infine a Pechino con la Transiberiana per il primo anniversario della rivoluzione cinese. Si fa fotografare con Mao, è inviato di guerra in Corea, guida la guerriglia dei contadini nel Paranà. Coordina lo sciopero dei 300mila di San Paolo, ammira l'Ungheria di Puskas in Svizzera. Nel 57' gli affidano la panchina del Botafogo e guida al titolo carioca una squadra con Garrincha, Didì e Nilton Santos. Il suo unico schema è «palla a Garrincha e tutti avanti». Si stufa presto e nel 60' è assunto da Radio Nacional come commentatore «realmente tecnico». Usa un linguaggio semplice e popolare, inventa espressioni come «zona do agriao» (l'area di rigore dove l'erba è più verde e la palla scotta), critica la Federazione, parla di doping e razzismo. Dal microfono del Maracanà denuncia il golpe militare del '64, si dà alla macchia per un po' (i mondiali del '66), poi torna e prende a pistolettate il portiere del Botafogo Manga, accusato di essersi venduto la finale del campionato col Bangu. Il drammaturgo Nelson Rodrigues lo soprannomina João «senza paura», Vinicius de Moraes gli dà una parte nel celebre film Garota de Ipanema. Allora Joao Havelange, capo della Federazione brasiliana, decide di chiamare il nemico al potere e nella sorpresa generale gli affida la nazionale. «La mia squadra sarà composta di 11 uomini disposti a tutto. Per la gloria o per la fossa». João predica un calcio super offensivo, 4-2-4, Pelé e Tostão insieme più altri due attaccanti. Copre le fughe al night dei giocatori e in pochi mesi vince tutte le partite di qualificazione ai mondiali del Messico. Il generale Medici non gradisce le sue interviste a Le Monde, lo circonda di spie e gli chiede di convocare in nazionale l'attacante Dario, bomber implacabile, onanista dichiarato col soprannome di Dadà Maravilha. «Il signor Medici pensi a organizzare i suoi ministeri che alla squadra ci penso io». Quando perde con l'Argentina e annuncia di voler far riposare Pelé per un problema all'occhio, Havelange lo liquida. Per lui è tutto un complotto. «Perché mi hanno cacciato è molto facile capirlo. Più difficile è spiegare perché mi abbiano assunto». Zagallo convoca Dario e vince il mondiale messicano sotto i suoi occhi di telecronista. João rifiuta di candidarsi per il Pcb, gira il mondo come giornalista, spara ancora qualche colpo e benedice la caduta del Muro di Berlino pochi mesi prima di imbarcarsi per l'Italia. E' ammalato da tempo ai polmoni, gli restano tre mesi di vita giusto per i mondiali. Rilascia un'intervista anche al manifesto, ricordando le riunioni con Berlinguer che si chiudevano con la strofa «Bandiera rossa clamor divino, viva Togliatti viva Stalino». Detta il suo ultimo pezzo dall'ospedale e muore il 12 luglio del '90. Lo seppelliscono a Rio con la bandiera del Pcb e del Botafogo. Tre vie, un collegio, un campo, la sala stampa del Maracanà e la pista ciclabile di Copacabana portano il suo nome.di Matteo Patrono da Il Manifesto del 12/02/09
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