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24 | 05 | 2013
Che Guevara il Grande PDF Stampa E-mail
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CHE - L'ARGENTINO DI STEVEN SODERBERGH, CON BENICIO DEL TORO E JULIA ORMOND, USA 2008
Una danza macabra di forme estetiche contundenti è Che, la biografia di un «grande intellettuale». Ma non solo: il «più completo essere umano della nostra epoca», sentenziò Jean Paul Sartre. Un film sperimentale (e adulto: né apologetico, né derisorio né parziale, né opportunista) come il suo eroe Guevara (un eccellente Benicio del Toro), diretto dallo spregiudicato e finto inesperto (di storia&politica) Steven Soderbergh. Sono 4 ore e mezza che anche in Italia il distributore ha spaccato in due: Che l'argentino, l'autobiografica vicenda, raccontata in maniera più tradizionale liberazione di Cuba. E La guerriglia, che risente stilisticamente dell'opera di Brakhage e del fraseggio underground, quasi una sacra sindone fuggente della disfatta in Bolivia.

L'argentino è puro cinema d'azione e riflessione sulla lotta armata, 1957-1959, contro il tiranno (appoggiato dal Pc di Cuba di allora) Fulgencio Batista, dalla Sierra Maestra fino alla presa di Santa Cruz, guidata dai «barbudos», dal Movimento 16 luglio di Fidel Castro, il fratello Raul, Cienfuegos e Guevara, con tante dettagliate azioni di guerra e di dibattito etico-politico, montate sul viaggio, ricostruito in bianco e nero, in Usa e all'Onu di Guevara nel 1964 (che permette a Soderbergh di esimersi dal mettere in dialogo, risibilmente, il suo pensiero politico, e affidandolo ai soli discorsi d'epoca).
La guerriglia (esce il 1° maggio) è un'orazione funebre bucolica, alla Straub, sull'assassinio del Che, dopo il fallito tentativo (ripreso quasi in tempo reale) di aprire clandestinamente nel 1967 (anche qui contro il Pc) un fuoco di guerriglia anche in Bolivia, per destituire il dittatore Barrientos. Azione da affiancare al poderoso processo rivoluzionario trilateral che incendiava in quel frangente sud est asiatico, l'Africa di Nkrumah-Lumumba e l'America di Allende, Camillo Torres, Douglas Bravo, Marighella e della doppia tenaglia Tupamaros in Perù e Uruguay.
In questa seconda parte sarà stupefacente il distacco brechtiano, la curiosità intellettuale e il formalismo (cioè la capacità di essere sempre innovativi, nonostante l'alto quoziente di difficoltà di una quasi continua «caccia all'uomo» tra i boschi) dell'approccio di Soderbergh e del suo sceneggiatore Peter Buchman (che deve aver avuto tra le mani anche un copione sul Che di Malick che poi non girò). Certo il gesticolare un po' nevrotico un po' irritante di Demian Bichir che interpreta Castro, per quanto filologicamente plausibile, nuoce al clima di questo «romanzo d'avventure» e, siccome Castro, da giovane, fu anche comparsa e generico a Hollywood, questa caricatura sembra stranamente criticare proprio le tecniche di comunicazione della «fabbrica del cinema», che Fidel tanto bene ha saputo invece perfezionare, intervenendo, come se ne fosse un luminare, su qualunque questione, culturale, politica, culinaria, artistica, filatelica e tecnico-sportiva...
Il film non è secondo a Indiana Jones per suspense, e, in più, ci offre una rigorosa radiografia degli sforzi fisici e psichici cui questo gruppo di trentenni indomabili si sottopose per inventare, a partire da se stessi, l'uomo nuovo rivoluzionario, sempre capace di rispondere in modo differente, per sostanze e stile, alle emergenze militari, economiche, sociali e umane drammaticamente imposte dall'imperialismo. Come il trattamento dei prigionieri e dei rivoluzionari, lasciati in ogni momento liberi di proseguire o meno la lotta; la legittimità o meno della pena di morte, non come astrazione, ma come sua fenomenologia concreta; il comportamento dei guerriglieri nel territorio... È come se questo film, grande elogio dei cubani rivoluzionari (meno della loro esportabilità), nonostante i loro enormi errori, elogiasse l'altro catechismo possibile, di ispirazione umana non divina. Ed è come se quel fucile, raccolto accanto al cadavere di Guevara, oggi fosse imbracciato non più o non ancora da nuovo un partito rivoluzionario, o da Obama, ma almeno da un cineasta cosciente e onesto, anche perché ci risparmia la scena in cui Guevara, perduto il cappello nell'azione, si fa passare il famoso basco...
Il film interviene troppo distrattamente, è vero, sul dissidio tra Guevara e Castro a proposito del rapporto con l'Urss, e fa capire che il Che non condivideva l'obbligo strategico di entrare nell'orbita economica revisionista, con tanto di monocultura obbligata e di tecniche repressive di controllo biopolitiche. Ma se si fa un film su Guevara il grande, è impossibile non fare un film sul grande Richelieu Castro. Troppo facile separarne i destini. Se c'è un'altra critica, meno sostanziale, da fare al film, riguarda l'asma, la malattia che perseguitò il comandante sulla Sierra Maestra e in Bolivia, nella scena in cui, per un maledetto errore, il Che dimentica di portare con sé i medicinali. Ebbene l'apparecchio che Guevara usava era molto simile a quello di Dennis Hopper in Blue Velvet. Al museo della rivoluzione dell'Avana è conservato. Guevara non era tecnologicamente arretrato. E, come ci ricorda Michael Moore in Sicko, facendo restare a bocca aperta i suoi connazionali malati, tutte le cure contro l'asma a Cuba, costano ancora un millesimo di quanto costino in Usa.

di Roberto Silvestri

da Il Manifesto del 10/04/09

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