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30 | 07 | 2010
Milano, fischia che 25 aprile! PDF Stampa E-mail
Scritto da alberto   
Martedì 28 Aprile 2009 18:26

Lezione di democrazia in piazza Duomo. Andate a chiedere a Franceschini (Dario, il leader che si è acquattato nello spezzone più striminzito e preconfezionato dell'enorme corteo, quello del suo partito), ditegli di rivolgersi a Roberto Formigoni per sapere se a Milano il 25 aprile è davvero la festa di tutti. Le altre piazze saranno perdute, forse, come giustamente scrive Marco Revelli quando parla della voce affievolita e delusa delle piazze democratiche «per insipienza degli uomini e fragilità di pensiero», piazze dove il primo che passa - e passerà alla svelta - può invitare chiunque a celebrare la Liberazione, persino i nemici della democrazia. L'ultimo pensiero, un pensierino fragile, fortunatamente si è sciolto come neve al sole alle 16,40 in Duomo, è stato un sollievo, una liberazione improvvisa. Qui, il 25 aprile non è, e non sarà mai, di tutti.


E bisogna anche ringraziare quel povero furbacchione che è Formigoni, che ha goduto come un sincero democratico quando piazza Duomo gli ha riservato il copione più brutto, quello di chi stava dalla parte sbagliata. Non è colpa sua, anzi, è un merito se ha avuto il coraggio di indossare i panni che erano stati incautamente assegnati a Berlusconi. Adesso Franceschini, probabilmente, dovrà prendere le distanze, dare lezioni su come si ascoltano i comizi, magari unirsi al coro che parla di fischi incivili - il fascista ex De Corato la pensa così. Ma lo sa Franceschini, o chi per lui, quanto ha fischiato la piazza? Sette minuti, un dissenso civilissimo e assordante, un boato che non si riserva nemmeno a San Siro quando gli avversari - sì, gli avversari - si presentano in campo per una sgambatella di riscaldamento (al confronto, i fischi del 2006 alla Moratti, che ieri non c'era, sono stati un'inezia). Lo sanno le 50 bandiere del Pd che si sono presentate alla manifestazione chi ha fischiato? Forse no. Fischiava la testa del corteo, la parte più addomesticata e istituzionale, età media sessant'anni, donne e uomini che non hanno alcun bisogno di farsi riscrivere la storia da chi spaccia la politica di piccolo cabotaggio per «memoria condivisa». C'erano loro a contestare l'uomo che rappresentava questo governo, ancora prima che la Regione Lombardia, anche perché il serpentone lungo più di un chilometro è stato rallentato ad arte dagli organizzatori (illusi) proprio perché temevano le «teste calde» che di solito stazionano in fondo al corteo (di cortei infatti il 25 aprile ce ne sono sempre due, e bisognerebbe costringere le «autorità» sul palco ad attendere tutta la manifestazione prima di raccontare il come e il perché, se non altro per rispetto). Figuriamoci se fosse venuto Berlusconi... Lui lo sapeva, e si è guadagnato la scena - e i complimenti del Pd - travestendosi da partigiano a Onna; è sempre l'unico che sa cosa è giusto e cosa non è giusto fare (cioé cosa conviene a lui, qualità non da poco per un politico).
Morale. A Milano nessuno può raccontare e raccontarsi la storiella della festa condivisa che rappresenta l'unità del paese: invece di scappare in montagna a riflettere bisogna venire qui, almeno un giorno all'anno, poi tutto torna sempre come prima. Subito, appena piazza Duomo si svuota, anche di contenuti. Basta vedere come viene raccontata. Essendo sempre la solita eccezionale e spontanea manifestazione che mette d'accordo migliaia di cittadini (la sua parte migliore) che di solito si rintanano nel loro lucido sconforto, diventa complicato riassumerla in tutta la sua complessità. Per cui, di solito, come accade anche questa volta, chi di mestiere racconta enfatizza una parte, una «particina», un episodio per descrivere il tutto. Falsando ad arte la più bella festa dell'Italia Repubblicana, facendo prevalere una sorta di ottuso bipartitismo interpretativo. Esempi. Gli uni parlano di fischi incivili in piazza, gli altri, invece, nemmeno più hanno la forza di minimizzare, quasi tralasciano di raccontare, come se bisognasse vergognarsi delle contestazioni a Formigoni. Sono una risorsa, e invece si imbarazzano! Altre contestazioni di rito. I fischi alla brigata ebraica, sempre lo stesso teatrino, con pochissimi attori che per difendere la Palestina riescono sempre a guadagnarsi un lancio di agenzia quanto meno poco opportuno (indignazione scontata, e però ieri, avvolto in una svolazzante bandiera di Israele, si è esibito anche lo spiritato Magdi Allam...). E ancora. E' incredibile che le agenzie di stampa, e il Tg3, parlino di «25 mila persone a Milano»: con piazza del Duomo piena, stava scarpinando mezzo chilometro di corteo: erano più di centomila.
Quest'anno poteva essere, e un po' è stato così, la manifestazione del chi c'è-chi non c'è. Allora facciamo l'appello in ordine alfabetico (ai cittadini non importava granché): c'erano Cofferati, Cossutta, Di Pietro, Fava, Ferrando, Ferrero, Finoccharo, Franceschini e Vendola. Unici applausi sinceri ai partigiani, e a Gino Strada di Emergency. Sul palco, insieme alle associazioni partigiane, hanno preso la parola Guglielmo Epifani - «si può arrivare anche tardi a condividere i valori e il significato del 25 aprile ma quando ci si arriva li si condivide per sempre e in tutto» - e Oscar Luigi Scalfaro. Non solo per dovere, l'ex presidente democristiano ha difeso Formigoni, ma con toni pacati: «Bisogna avere la pazienza di ascoltare anche quando una persona non ci piace, questa è la democrazia, ve lo voglio dire sinceramente». Cosa è la democrazia quelli che fischiano, sinceramente, lo sanno benissimo. E anche la pazienza ha un limite.

di Luca Fazio

da Il Manifesto del 26/04/09

Ultimo aggiornamento ( Martedì 28 Aprile 2009 18:26 )