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22 | 05 | 2013


SE IL CLIMA FOSSE UNA BANCA, L’AVREBBERO GIA’ SALVATO PDF Stampa E-mail
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Il discorso del presidente venezuelano al vertice climatico di Copenhagen

Signor Presidente, signori, signore, amici e amiche, prometto che non parlerò più di quanto sia già stato fatto questo pomeriggio, ma permettetemi un commento iniziale che avrei voluto facesse parte del punto precedente discusso da Brasile, Cina, India e Bolivia. Chiedevamo la parola, ma non è stato possibile prenderla.Ha parlato la rappresentante della Bolivia, e porgo un saluto al compagno Presidente Evo Morales qui presente, Presidente della Bolivia.
Tra varie cose ha detto, ho preso nota: il testo che è stato presentato non è democratico, non è rappresentativo di tutti i paesi. Ero appena arrivato e mentre ci sedevamo abbiamo sentito il Presidente della sessione precedente, la signora Ministra, dire che c’era un documento da queste parti, che però nessuno conosce: ho chiesto il documento, ancora non l’abbiamo. Credo che nessuno sappia di questo documento top secret.
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Il punto - Un accordo piccolo piccolo PDF Stampa E-mail
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“Il nostro futuro non è in vendita!” Ancora una volta tocca a Ian Fry, rappresentante delle piccole Isole Tuvalu, guidare le sorti della conferenza del clima. Un gigante, rispetto ad un Manuel Barroso che, in evidente difficoltà, arriva a sostenere come “un cattivo accordo sia meglio di un mancato accordo”. Curioso modo per cercare di mascherare il palese fallimento di Copenhagen. Il documento finale concordato da USA, India, Cina e Sudafrica elimina tutti gli elementi qualificanti che la Ue aveva proposto nelle versioni precedenti, perdendo ogni significato politico.
Alla richiesta degli scienziati di raggiungere il picco delle emissioni entro il 2015-2020, l’ipotetico accordo propone la soluzione “prima possibile”. A quella di avere obiettivi di riduzione delle emissioni per i paesi sviluppati del 25-40% entro il 2020, risponde dando spazio alla libera iniziativa. C’è da tagliare le emissioni mondiali del 50% entro il 2050? Basta non parlarne.

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Grecia, la bancarotta e lo specchio infranto PDF Stampa E-mail

Lascio Atene al quarto giorno di riproduzione della rivolta greca d'un anno fa e le agenzie di stampa battono le notizie del secondo giorno di allarme europeo sul rischio di bancarotta ellenica. Gli istituti del mercato sono spietati: Fitch, che aveva declassato martedì i titoli di Stato greci nella fascia B, dopo i tentativi di pompieraggio di Trichet ha escluso ieri che un intervento della Bce possa rimuove il rischio di default. E per l'intanto ha messo in " credit-watching , insomma sotto allarme, anche i prodotti strutturati ellenici: e ha declassato il titolo di Fortis, la major finanziaria, infliggendo una batosta definitiva alla Borsa di Atene e peggiorando gli andamenti di tutte quelle europee. Nel mentre, arriva l'altra cattiva notizia attesa: lo spread fra i rendimenti del titolo governativo decennale della Grecia rispetto al tedesco, riferimento fisso europeo, ha raggiunto il record.

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Bolivia, le ragioni del trionfo di Morales PDF Stampa E-mail
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Dopo l'Uruguay tocca alla Bolivia. Nelle elezioni di domenica, Evo Morales si conferma Presidente ed il Movimento Al Socialismo (Mas) vince al primo turno con il 63%. Il Mas è l'unica forza con peso nazionale e sbaraglia la destra di Manfred Reyes Villa, del partito Plan Progreso para Bolivia (Ppb-Cn) che a malapena raggiunge il 23%. A Reyes non resta che riconoscere la sconfitta e parlare di "polarizzazione del Paese", seguendo il copione già visto in Venezuela e Uruguay.
Decisivo per la vittoria il voto della capitale La Paz e della città di El Alto, in prima fila nella cosiddetta "battaglia del gas" contro le privatizzazioni, e nelle mobilitazioni che avevano costretto alla fuga l'ex-Presidente Gonzalo Sanchez de Lozada. Ma la vittoria del Mas è impressionante in tutto il Paese, a Cochabamba, Oruro, Potosì.

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Clima, ci resta poco tempo: un'unica voce da 56 giornali PDF Stampa E-mail
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Oggi 56 giornali di 45 paesi stanno facendo un passo senza precedenti, quello di parlare con una unica voce in un editoriale comune. Lo facciamo perché l'umanità si trova ad affrontare una grave emergenza.
Se non ci uniamo per intraprendere delle azioni decisive, il cambiamento climatico devasterà il nostro pianeta e con esso la nostra prosperità e la nostra sicurezza. I pericoli sono diventati sempre più manifesti nel corso dell'ultima generazione. Ora hanno cominciato a parlare i fatti: 11 degli ultimi 14 anni sono stati i più caldi mai registrati, la calotta artica si sta sciogliendo e i surriscaldati prezzi del petrolio e dei generi alimentari sono solo un assaggio della distruzione che ci attende. Sulle pubblicazioni scientifiche la domanda non è più se la causa sia imputabile agli essere umani, ma quanto è breve il tempo che abbiamo ancora a disposizione per contenere i danni. Nonostante tutto ciò, fino a questo momento la risposta del mondo è stata tiepida e debole.

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Morire a Kabul PDF Stampa E-mail

La morte dei sei paracadutisti italiani in Afghanistan ha destato grande commozione e ha riempito per giorni la nostra informazione. Ma sulle ragioni reali per cui sono morti, cioè sul perché noi partecipiamo all'occupazione armata dell'Afghanistan, il silenzio o l'elusione regnano sovrani. Per decisione della Nato, dicono i nostri governanti. Ma cosa è la Nato e che ruolo noi abbiamo nella Nato? In teoria è una spontanea alleanza di nazioni che vogliono difendere la loro libertà da aggressioni autoritarie. Nella pratica è un'alleanza militare in cui gli Stati Uniti hanno di fatto l'egemonia militare e tecnica grazie alla quale sono loro a prendere le decisioni più importanti. Non vincolanti ma quasi, come si evince dal fatto che non tutti i paesi della Nato partecipano alla guerra in Afghanistan, ma quelli che vi partecipano devono allinearsi alla propaganda e ai silenzi della potenza egemone.

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Ghana, nel cimitero dei nostri elettrodomestici PDF Stampa E-mail
Soltanto qualche chilometro separa Jamestown, zona turistica segnalata su tutte le guide, da Agbogbloshie. Spostandosi a piedi verso nord, ci si lascia alle spalle il fascino delle vestigia coloniali britanniche per finire quasi senza accorgersene nella desolazione della più grande discarica di materiale elettrico ed elettronico del Ghana. Il primo segnale inquietante lo si ha attraversando il ponte sul corso d'acqua, il Densu River, che si congiunge con la Korle Lagoon. Una melma fatta di buste di plastica, detriti e oggetti di varia natura crea un vero e proprio tappeto galleggiante. Si tratta della fogna a cielo aperto che scorre nel quotidiano vivere dei duemila lavoratori di Agbogbloshie. Un'intera comunità musulmana è emigrata dal Nord del Ghana, zona poverissima, e già all'inizio degli anni '90 ha preso possesso della discarica inventandosi il lavoro di «riciclaggio» dei metalli. Durante il giorno lavorano, poi attraversano il fiume e riposano in uno dei rifugi con vista discarica, una baraccopoli che negli anni è diventata un villaggio. 
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Così Karzai fa il taleban PDF Stampa E-mail
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Vietata la musica nei luoghi pubblici. E, se il volume è troppo alto, anche nelle case private. Vietato non osservare la tradizione del velo e vietato, pena una multa, che un uomo e una donna si stringano la mano se non sono parenti. Vietato offrire un passaggio notturno a una fanciulla che non sia accompagnata da un consanguineo o dal marito. E stia ben attento chi affitta una stanza per la notte a una donna e un uomo che non sono sposati perché, in questi casi, si rischia anche il carcere: da tre mesi a un anno.
Non è purtroppo uno dei funesti editti che hanno resa famosa la più oscurantista tra le interpretazioni del dettato religioso islamico. Non è una legge dei taleban che, sino al 2001, fecero dell'Afghanistan un emirato ispirato alla purezza delle origini.
È una legge «taleban» che il parlamento attuale di Kabul sta discutendo nella Commissione che ha il compito di licenziarla per poi sottoporla alla firma del presidente della repubblica.

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