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Vale la pena in questo scorcio finale delle vacanze - per gli italiani che se le sono potute permettere - fare brevemente il punto con nostri lettori sullandamento della crisi e sul dibattito di politica economica.
1. Il fatto più eclatante dellestate è stata la significativa ripresa delleconomia tedesca guidata dalle esportazioni. Queste hanno compiuto un balzo, soprattutto verso la Cina. Ciò ha fatto saltare di gioia gli economisti conservatori, pronti a suggerire che le politiche restrittive e anti-keynesiane della Merkel sono state più efficaci di quelle espansive di Obama.
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La crisi europea può essere un'occasione |
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Si sta sgonfiando la recovery. Solo i profitti della classe finanziaria, generati per gran parte da processi antiproduttivi, come la guerra, o la distruzione dell'ecosistema, sono in ripresa. Tutto il resto scende: l'occupazione scende, il salario reale scende, e perfino il salario nominale. Scende il consumo e la propensione al consumo, scendono le attese scende la fiducia. Scende per finire l'energia psichica. Nessuno crede più nel futuro radioso del capitalismo, se si eccettua l'Economist naturalmente.
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I GIOVANI, GLI ALTRI POVERI E LA CRISI |
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A metà luglio l’Istat ha pubblicato il consueto bollettino annuale[1] sulla povertà relativa ed assoluta nel nostro paese con riferimento al 2009. Il bollettino di quest’anno è di particolare interesse perché ci consente di capire come ha inciso la crisi economica sulle famiglie italiane e, in particolare, su quelle prossime alla condizione di povertà. Tra i dati che emergono dal rapporto ve ne sono alcuni che confermano tendenze consolidate, su cui si è già discusso in passato[2], e altri che invece ne segnalano di nuove sulle quali intendo soffermarmi. Tra le prime si possono inscrivere: la geografia della povertà che vede nel Mezzogiorno[3]
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Arriva una nuova ondata di attacchi ai diritti: a sferrarla è sempre il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, che continua a deregolamentare e a insistere sulle «deroghe» a leggi e contratti, una vera e propria ossessione ideologica fattasi più forte dopo l’accordo separato di Pomigliano, che di quella filosofia è un esempio pratico. E infatti, con una tempistica che non sembra casuale, Sacconi ha presentato alla stampa il suo nuovo «Piano per il lavoro», in realtà un testo non ancora uscito nella sua completezza, ma che evidentemente il ministro aveva desiderio di annunciare nelle sue linee guida prima ancora di incontrare i sindacati (con loro è previsto un faccia a faccia il 3 agosto).
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È facile di questi tempi trovare chi pensa che le scelte della Fiat a Pomigliano, a Termoli e negli altri stabilimenti della penisola siano espressione di una politica capitalistica moderna e adeguata alla crisi economica europea. Oppure che la scelta, solo in apparenza estemporanea, di portare la produzione della nuova monovolume in Serbia piuttosto che a Torino Mirafiori, rappresenti soltanto una variazione sul tema e non il perseguimento coerente del progetto di Marchionne di smantellare dopo la chiusura già decisa di Termini Imerese nel 2012, tutte le produzioni italiane. Per fortuna in nuovo attacco della Fiat non ha colto di sorpresa né la Cgil né il comune di Torino.
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Le premesse teoriche della lettera e i "vetero-liberisti" |
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Nel loro articolo apparso sul Sole 24 ore del 27 giugno (e in modo più aggressivo e altrettanto poco argomentato, sul loro blog noisefromamerika), Bisin e Boldrin muovono numerose critiche alla Lettera degli economisti[1] e attaccano le premesse teoriche delle tesi là sostenute definendole improbabili e incoerenti, fondate su banali errori logici. Su questo può essere utile fare un po’ di chiarezza, poiché gli autori attaccano una teoria ‘sottoconsumista’ immaginaria o che al più riflette versioni ottocentesche di tale teoria – e d’altra parte difendono il loro punto di vista con argomenti anch’essi piuttosto arcaici. Le cose che dirò per spiegare le premesse delle tesi sostenute nella lettera sono note agli economisti accademici che si sono formati in Italia, e certamente non convinceranno Bisin e Boldrin, che non sembrano troppo interessati a confrontarsi nel merito delle questioni, ma potranno mi auguro essere utili a lettori incuriositi dal dibattito e desiderosi di orientarsi meglio[2].
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Sartori e "la Lettera degli economisti" |
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Nell’articolo di fondo del Corriere della Sera del 25 giugno Giovanni Sartori se la prende con gli economisti e con il sostegno che essi hanno dato a quel processo che con brutta parola definiamo di “finanziarizzazione” dell’economia. Come economista dovrei armarmi per difendere la categoria che annovera tra i suoi fiori all’occhiello proprio quegli economisti che Sartori critica così duramente; ma, come firmatario della “Lettera degli economisti” non solo non me la sento di contestare gli argomenti esposti dal noto politologo, ma francamente li condivido in pieno.
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Dato che Pomigliano non si piega, si è dovuto piegare Sergio Marchionne. L'amministratore delegato ha bevuto l'amaro calice confermando l'investimento di 700 milioni di euro a Pomigliano dove sarà prodotta la nuova Panda. Come condizione il capo della Fiat aveva preteso la firma di tutti i sindacati sulle clausole capestro dell'accordo che prevedevano la rinuncia a esercitare il diritto di sciopero, a vedersi riconosciuta e retribuita la malattia, persino a consumare il pasto in un intervallo del lavoro terribile alla catena. Se volete lavorare rinunciate ai diritti, un diktat odioso.
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SCENARI GLOBALI: LE COLPE USA NELLA CRISI EUROPEA |
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I problemi di indebitamento dell'Europa hanno turbato i mercati globali, e l'Europa è stata spesso accusata di vivere al di sopra dei propri mezzi. Negli Stati Uniti molti temono che ci troviamo in una situazione simile. I falchi del deficit sembrano essere in ascesa in entrambi i partiti, e i Repubblicani attaccano le tendenze «europee» del presidente Obama. Ma in questa analisi manca un elemento. In realtà, se l'Europa si trova in difficoltà lo si deve anche a qualcosa di molto americano: i forti tagli regressivi delle imposte, che avrebbero dovuto ripagarsi da soli ma non l'hanno fatto. Dunque il problema non è che stiamo diventando come l'Europa, ma che l'Europa stava cercando di diventare come noi.
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Una nuova classe operaia è entrata in gioco. Un paio di generazioni di giovani sta portando nelle lotte sindacali dei metalmeccanici passione e determinazione, rafforzate da un prezioso senso di appartenenza nell'organizzazione di cui si fidano. E si sono date una rappresentanza diretta nelle fabbriche con le stesse caratteristiche. I delegati e le delegate della Fiom giunti da tutt'Italia nel luogo simbolico del conflitto, Pomigliano d'Arco, hanno una certezza: tocca a noi giovani difendere le conquiste sindacali, civili e politiche che i nostri padri e i nostri nonni hanno strappato con le lotte.
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