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19 | 06 | 2013


Una domanda alla Cgil PDF Stampa E-mail
Il 25 aprile del 1994 una manifestazione attraversò Milano sotto una pioggia torrenziale. Quel giorno cominciò a sfaldarsi il primo governo Berlusconi, appena insediato. Oggi, 12 dicembre, la pioggia ha tormentato le decine di manifestazioni della Cgil, degli studenti, dei sindacati di base, che hanno riempito le piazze. La Cgil, «sola» secondo i telegiornali, ha registrato una adesione allo sciopero doppia del numero dei suoi iscritti. Ieri la ministra Gelmini si è arresa: il governo della destra è più fragile di quanto sembri. 

Quindi lo sciopero generale – e generalizzato – di oggi ha buone possibilità di ottenere qualche effetto. La Cgil mette in guardia da settimane sull'esplosione della cassa integrazione, e dei licenziamenti, nei prossimi mesi. E quel che il governo ha fatto fin qui – la «social card» – è solo una insultante elemosina.

Ma quel che la Cgil farebbe bene a considerare è che oltre ai lavoratori dipendenti nelle piazze c'erano giovani cui è stato rubato il futuro e precari di ogni tipo, che non possono sperare nella cassa integrazione. Ed altri segnali, come la manifestazione No Tav di sabato scorso a Susa, dicono non solo che il disagio è sociale, oltre che del lavoro, ma anche che quel che si deve ottenere non è solo un po' di denaro in più per gli ammortizzatori sociali o per «rilanciare i consumi». Ma misure utili a prendersi cura della società e del territorio. 

Nelle stesse ore, il governo italiano cercava, a Bruxelles, di sabotare l'accordo europeo sul clima; eppure altrove investimenti seri sulle energie rinnovabili hanno sia ripulito l'aria che creato centinaia di migliaia di posti di lavoro. Perché la Cgil non apre, ora, un grande dibattito su quale politica economica di nuovo genere può arginare una recessione inedita?

Pierluigi Sullo
Carta settimanale

 
Epifani: sciopero riuscito. Ora il governo ci convochi PDF Stampa E-mail
Grandissima partecipazione non solo allo sciopero generale ma anche alle manifestazioni che si sono tenute in 108 città, indette dalla Cgil e alle quali hanno partecipato non soltanto i lavoratori del sindacato di Epifani ma anche i movimenti, gli studenti, i migranti.
Tre grandi simboliche palle di neve con le scritte «Disoccupazione», «Rischio Povertà», «Precarietà» aprivano il grande corteo di Torino.  Nel capoluogo piemontese sono scesi una quarantina di pullman provenienti da tutta la provincia. 
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La grande marcia bagnata PDF Stampa E-mail
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Né il maltempo, né la campagna mediatica contro lo sciopero è riuscito a rovinare la mobilitazione che ha visto la partecipazione piena nel Nord ed è stata molto buona nel Centro e nel Sud. Importante il risultato raggiunto nel comparto industria, falcidiato dalla cassa integrazione e il comparto della funizone pubblica. Berlusconi attacca lo sciopero generale; il Pd lancia un appello all'unità di Cgil, Cisl e Uil; mentre la sinistra-sinistra, punta all'inizio di una stagione di lotte sociali in grado di cambiare anche il quadro politico
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La speranza americana e questa Cgil PDF Stampa E-mail
Se qualcuno, sei mesi fa, avesse previsto che il governo degli Stati uniti d'America stava per nazionalizzare nientemeno che l'industria dell'automobile, il simbolo forse più corposo dello sviluppo capitalistico del ‘900, sarebbe stato preso per un visionario - se non per un pazzo. Ora, però, nella patria del liberismo (sia pure, talora, più conclamato che praticato), è proprio quello che sta avvenendo: non solo uno stanziamento colossale (15 miliardi di dollari) per salvare GM, Crysler e Ford, ma l'istituzione di uno "Zar dell'auto", di nomina governativa, con il compito di indirizzare la produzione e con il potere di deciderne, d'ora in poi, anche alcuni settori di investimento - auto ecologiche o anche treni, se necessario.
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A Milano un operaio vale meno di un metro quadro edificabile PDF Stampa E-mail
Volevate trovare un senso allo sciopero generale? Eccovi serviti. Nel più antico dei modi: "giù le mani dagli operai". Una stufa di ghisa, sedie e un fornello di fortuna, le calze ad asciugare sul filo, le tute appese. Fuori nevica e la classe operaia è finita qua. Baraccata come i "senza casa". Presa a calci nel culo come i rom. Innse Presse. Da ieri 49 persone non credono più a nessuno. Non vogliono sentire più niente. Fanno anche fatica a parlare. «I problemi del lavoro in Italia li risolvono o gli operai o la polizia. La polizia o gli operai. Cosa dobbiamo fare? Piangere davanti alle telecamere? Dobbiamo farvi pena?». Si diceva "solitudine" della classe operaia. Qui siamo andati molto oltre se vale più un metro quadrato edificabile di un operaio in carne ed ossa.
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Produzione industriale a picco ed economia in recessione PDF Stampa E-mail
Produzione industriale a picco ed economia in recessione. I dati resi noti ieri dall'Istat confermano la particolare drammaticità della crisi italiana e l'inadeguatezza delle contromisure messe in campo finora dal governo. A testimoniare la gravità della situazione non c'è solo il meno 6,9% su base annua fatto registrare dalla produzione industriale a ottobre, la peggior performance dal dicembre del 1996 (-7,4%). C'è anche il boom della cassa integrazione ordinaria a novembre segnalato dall'Inps (+253,33%) e, soprattutto, l'andamento negativo - per il secondo trimestre consecutivo - del prodotto interno lordo. Nel terzo trimestre 2008 il Pil è calato dello 0,5% rispetto al secondo trimestre e addirittura dello 0,9% rispetto allo stesso periodo del 2007.
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Misure anticrisi? Ma lo stato ci guadagna PDF Stampa E-mail

Il decreto anticrisi ha un saldo netto in positivo di 390 milioni. Un risultato sorprendente. Pur con la prudenza dovuta al livello del debito pubblico, sarebbe stato fondamentale aumentare la spesa pubblica o ridurre la pressione fiscale. Invece, il provvedimento prevede un incremento netto delle entrate, in gran parte tributarie, per compensare quello delle spese. In recessione l'unico modo per migliorare i conti pubblici è far ripartire l'economia. E il governo dovrà presumibilmente intervenire in corso d'opera perché le misure di spesa appaiono sotto finanziate.

Grazie all’ottimo lavoro del servizio bilancio della Camera, abbiamo finalmente un quadro completo del decreto anticrisi varato quasi due settimane fa dal nostro Consiglio dei ministri. Il risultato è però sorprendente. Dopo che a Washington il 16 novembre scorso era stato annunciato dal ministro Tremonti un piano da 80 miliardi, ridotto solo tre giorni dopo a 12,7 miliardi, poi sceso a 7 miliardi, a 6,5 e, infine, il 29 novembre a 3,7 miliardi, ci ritroviamo ad avere un intervento a saldo zero. Più precisamente, il decreto anticrisi ha un saldo netto in positivo, tra variazioni nette nelle entrate e nelle uscite, di 390 milioni. Non solo non c’è una riduzione della pressione fiscale, ma vi è un incremento netto delle entrate, in gran parte tributarie, di 3 miliardi e mezzo che serve più che a compensare l’aumento netto delle spese.

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Tra tutti i settori in crisi, l'edilizia sembra rappresentare quello dove gli effetti si faranno sentire in maniera più vistosa PDF Stampa E-mail
Tra tutti i settori in crisi, l'edilizia sembra rappresentare quello dove gli effetti si faranno sentire in maniera più vistosa. Ovviamente, perché c'è un collegamento diretto con la crisi finanziaria e, secondariamente perché a causa del lavoro nero mascherato da "ditta individuale", ci sarà una strage di posti di lavoro. E' anche per questo motivo che il 12 dicembre la Fillea-Cgil ha raddoppiato le ore di sciopero ad otto.
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«Metà delle famiglie sono a rischio fallimento» PDF Stampa E-mail

Gli Italiani reagiscono al «grande panico» tagliando i consumi. Ma le imprese sono sane

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CENSIS: Crisi, cambiare per non implodere PDF Stampa E-mail

La crisi è globale e epocale e nessuno, tantomeno un paese economicamente provato e politicamente impazzito come l'Italia, ne uscirà com'era, dice il pessimismo della ragione internazionale. La crisi passerà e noi ne usciremo più forti che pria, dice l'ottimismo della malafede nazionale, mantra quotidiano della premiata ditta Berlusconi & Tremonti. In questa schizofrenia di messaggi si infila il Rapporto del Censis, quello che ogni anno, fra un colpo al cerchio e uno alla botte, fotografa la situazione sociale e sentimentale del paese.

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