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Diritto privato su beni comuni |
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La legge è stato lo strumento per difendere la proprietà privata. E se agli inizi della rivoluzione industriale era usata nei paesi europei e negli Stati Uniti, in seguito è intervenuta per legalizzare il saccheggio delle materie prime nel Sud del pianeta. Ora quello stesso dispositivo consente la privatizzazione dell'acqua, dei servizi sociali e della conoscenza. Finalmente un «libro arrabbiato» e «coraggioso» da parte d'un ottimo giurista e di un'antropologa di buona caratura (Ugo Mattei e Laura Nader, Il saccheggio. Regime di legalità e trasformazioni globali, Bruno Mondadori).
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I principi del ’69. La forza di una tesi aborrita: il salario variabile indipendente |
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Salario sganciato dalla produttività, salario come variabile indipendente, più soldi meno lavoro. Quanti sarcasmi maramaldeschi sono stati profusi su queste parole d’ordine, quanta acrimonia. Più e più volte le si è citate quali esempi evidenti di irrazionalismo e di dissennato egoismo. E si capisce: quegli slogan triviali, diffusi e ripetuti tra il ’68 e il ’69, dalla Sain Gobain alla Fiat Mirafiori, dall’ltalsider di Taranto al Petrolchimico di Marghera, hanno avuto il suono insopportabile del gesso stridente sulla lavagna per le orecchie dei programmatori del centro-sinistra, dei manager d’impresa, della stampa dabbene, ma anche dei progressisti in cerca di "giustizia sociale".
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SULLA COSCIENZA DI CLASSE NELL'ATTUALE FASE DEL CAPITALISMO |
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Grazie a Marchionne in Italia si è tornato a parlare di lotta di classe. Se c'è una cosa su cui oggi c'è l'unanimità nei media e nella politica è il giudizio sulla fine della lotta di classe [forse dietro l'oscuramento di Rifondazione c'è anche il fatto che perlomeno a livello simbolico la bandiera rossa e la falce e martello evocano uno spettro che a tutti i costi bisogna rimuovere]. Le parole di Marchionne al meeting di Rimini - "Non siamo più negli Anni Sessanta. Non è possibile gettare le basi del domani continuando a pensare che ci sia una lotta tra “capitale” e “lavoro”, tra “padroni” e “operai”.
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I presupposti economici dell'attacco alla costituzione |
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E’ necessario battere l’attacco reazionario della borghesia italiana. Ci sono tre cose da fare, tra loro strettamente legate: resistere; respingere l’attacco al welfare oggi in corso; rilanciare il ruolo dello Stato nell’economia
1. COMINCIAMO DALLA FINE
Cominciamo dalla fine: cioè dalla proposta di Tremonti di stravolgere l’art. 41 della Costituzione per favorire la libertà d’impresa e d’intrapresa. Vale la pena di farlo non soltanto per restare legati all’attualità, ma perché gli slogan con cui questo attacco è stato condotto ci dicono molto.
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Recensione di "Impero" di Toni Negri e Michael Hardt |
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1. La costituzione politica del presente
L'Impero caratterizza una nuova fase che segue quella "nazionale" dell'espansione capitalistica. Siamo, per i due autori, di fronte ad un fenomeno di concentrazione del potere, che porta, tra l'altro ad una nuova concezione del diritto o, meglio, ad una sua nuova trascrizione, che, a sua volta, comporta nuove forme di coercizione e di soluzione di conflitti. Questo momento del dominio del capitale richiama da vicino il passaggio, descritto già da Foucault, dalla società disciplinare alla società del controllo.
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LA SINISTRA DEVE ENTRARE IN BORSA |
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Da finanziaria, la crisi è diventata economica. La società comincia a sentirne pesantemente gli effetti. Eppure, come mostrano i risultati elettorali recenti in Gran Bretagna, Olanda o Polonia, i cittadini non votano a sinistra e promuovono governi di destra che promettono «lacrime e sangue». Come mai? C'è un blocco del pensiero di sinistra che non riesce più a presentare ricette convincenti? Ne parliamo con il filosofo francese Michel Féher, presidente dell'associazione "Cette France là", nata nel 2007 prima delle presidenziali, che si è impegnata a pubblicare degli annali sulla politica dell'immigrazione durante i cinque anni di presidenza Sarkozy.
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L'esplosione del lavoro di riserva |
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Negli anni ottanta destò stupore il fatto che, malgrado il successo dell'offensiva antisindacale di Margaret Thatcher, la disoccupazione di massa in Gran Bretagna, olre tre milioni, non riusciva a influenzare i salari industriali che fordisticamente ancora seguivano la dinamica della produttività. In Inghilterra, per sottolineare metaforicamente la distanza dei disoccupati da coloro che avevano mantenuto l'impiego nell'industria fu coniata l'espressione the unemployed are in Australia (i disoccupati sono in Australia). L'esperienza degli ultimi vent'anni mostra che per funzionare effcaciemente da fattore di compressione sul salario e sulle condizioni di lavoro, il marxiano esercito industriale di riserva deve in realtà essere attivo e non formato prevalentemente da gente estromessa dall'occupazione e gettata alle ortiche.
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MANDARINI DEL POTERE AUTORITARIO |
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L'appello populista di Nicolas Sarkozy e Silvio Berlusconi al popolo serve solo a consolidare il loro potere, colpendo così al cuore la democrazia. Un'intervista con il filosofo francese. A forza di rappresentarla come l'unico modo di assicurare il bene comune, l'etica, il diritto, la civiltà, la democrazia è diventata insignificante. Università e libertà di ricerca, difesa della legalità costituzionale contro il populismo e definizione delle competenze tra Stato e Chiesa, sono solo alcune delle sfere da cui emerge la sensazione che il vero problema della democrazia sia la sua stessa definizione. L'intervista al filosofo Jean-Luc Nancy, avvenuta durante la sua partecipazione a un convegno organizzato dall'Università Roma 3, si concentra su questi punti.
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L'Italia all'avanguardia: Berlusconi e il post-moderno |
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La rincorsa verso il simulacro, la scomparsa del corpo del re e la vittoria della finzione sul reale nella vita politica. Erroneamente si potrebbe guardare alla politica italiana come a un meccanismo “in ritardo” rispetto al trend che si sta sviluppando in tutto il nostro beneamato Occidente. È pura retorica (e di quelle scadenti oltretutto, perché fa un uso spropositato di luoghi comuni e categorie ormai decrepite) quella che vede nella macchina istituzionale e politica del Belpaese una sorta di rallentamento. In realtà, con buona pace di coloro che promuovono questi discorsi, l’Italia è l’avanguardia del post-moderno nella sua versione “linguaggio politichese”.
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La Redazione di Liberate Barabba vi invita alla lettura di questo articolo. Qualche giorno fa sul blog Nazione Indiana (e sul quotidiano il manifesto) è uscito un intervento molto polemico di Sergio Bologna* su Pomigliano o meglio sulle reazioni del "popolo di sinistra" antiberlusconiano. Lo pubblichiamo insieme alla risposta di Sergio Bologna a un commento che poneva una semplice domanda: Come si fa a difendere la democrazia?
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Saramago è vivo e continua a far paura |
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Un requiescat in pace non si nega a nessun defunto. Se viene negato a José Saramago significa che non è considerato morto. Claudio Toscani sull'Osservatore Romano di sabato scorso ha titolato il suo articolo demolitore L'onnipotenza (presunta) del narratore. Perché tanto accanimento su una persona scomparsa? La sensazione è che il giornale del papa parli non tanto della persona che non c'è più, quanto del Saramago che continua a vivere in una corrente di pensiero ed esperienze che dilaga nella teologia e nella prassi ecclesiale cristiana e cattolica. E i cui connotati sono gli stessi che caratterizzano la personalità dello scrittore scomparso. Prima di tutto la laicità intesa come anima profonda di tutto l'agire umano, religione compresa. Toscani imputa a Saramago «di saltare per altro aborrito piano metafisico e incolpare, fin troppo comodamente e a parte ogni altra considerazione, un Dio in cui non aveva mai creduto, per via della Sua onnipotenza, della Sua onniscienza, della Sua onniveggenza».
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Mentre leader e opinionisti mondiali continuano a negare la realtà della depressione mondiale - anzi ad evitare perfino la parola - le scelte impossibili che i governi uno dopo l'altro devono affrontare diventano ogni giorno più evidenti. Basti pensare a quello che è successo anche solo nell'arco del mese scorso. Gli Stati Uniti hanno registrato un livello di disoccupazione come non si vedeva da un pezzo. Sì, sono stati creati alcuni nuovi posti di lavoro, ma il 95% dei posti in questione era relativo a impieghi temporanei per censimenti. Dagli imprenditori privati è arrivato solo il 10% dei lavori previsti.
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Un incontro con il filosofo tedesco Thomas Pogge, di cui è appena uscito da Laterza un saggio intitolato Povertà mondiale e diritti umani. Responsabilità e riforme cosmopolite. Nel libro lo studioso avanza alcune proposte concrete «per avvicinare il nostro ordine internazionale ai nostri valori morali». Partendo dal presupposto che a danneggiare i poveri sono tutti coloro che approfittano di regole planetarie scritte a uso e consumo dei più potenti. Come può conciliarsi il nostro universalismo morale, che implica la parità di status morale di tutti gli esseri umani, con la tolleranza e l'acquiescenza per la povertà globale e la crescita delle disuguaglianze?
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Da Jonathan Franzen a Nassim Taleb, scrittori e studiosi denunciano i rischi di una «connessione totale». E John Freeman nel saggio La tirannia dell'email invita a rallentare i ritmi. Ma forse non è sufficiente. «C'è da dubitare che uno scrittore con una connessione internet al suo posto di lavoro stia scrivendo un buon libro». Quando poche settimane fa il quotidiano «The Guardian» chiese ad alcuni scrittori di fama internazionale di compilare un decalogo con i loro consigli di scrittura, il romanziere americano Jonathan Franzen inserì nel suo decalogo questa norma a difesa della concentrazione. Qualunque scrittore sa quanto sia strategica la battaglia per la concentrazione e in questa battaglia, semplicemente, la rete sta dalla parte del nemico.
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LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI, ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E DELL’OCCUPAZIONE.
Ai membri del Governo e del Parlamento Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli. Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea. Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.
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OLTRE LA DIARCHIA EURO-DOLLARO |
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*All’origine della crisi vi è un’enorme sovrapproduzione di capitali e di merci*
Sulle cause della attuale crisi ci è stato detto di tutto. Banchieri avidi, compratori di case sprovveduti, agenzie di rating distratte o colluse: tutto o quasi è stato tirato in ballo. Tutto, salvo quello che è veramente importante. La stessa finanza deregolamentata e il credito facile, che sono diventati il comodo (e consolatorio) capro espiatorio di opinionisti e scrittori di cose economiche, non sono la causa di questa crisi. L’enorme esplosione del debito su scala mondiale che ha preceduto l’esplodere della crisi (con asset finanziari che nel 2007 avevano superato il 350% del PIL mondiale) è servita a conseguire tre obiettivi: 1) ha permesso di costruire prodotti finanziari (quali le carte di credito, ma anche i mutui subprime) attraverso i quali, in particolare nei paesi anglosassoni, lavoratori che guadagnavano meno di prima hanno potuto continuare a consumare come prima; 2) ha consentito a imprese in crisi di sopravvivere (grazie al credito ottenuto a tassi estremamente favorevoli); 3) ha offerto una via di sfogo profittevole a capitali in fuga dall’impiego industriale perché ormai poco profittevole(1).
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LA STRATEGIA SUICIDA DEL GOVERNO ISRAELIANO |
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In alto mare, in acque extra-territoriali, la nave fu fermata dalla marina. Il commando la prese d'assalto. Centinaia di persone in coperta resistettero mentre i soldati usavano la forza. Alcuni dei passeggeri furono uccisi, altri feriti. La nave fu riportata in porto e i passeggeri fatti scendere con violenza. Il mondo li vide camminare lungo la banchina, uomini e donne, giovani e anziani, tutti sfiniti, uno dietro l'altro, ciascuno con ai lati un soldato. La nave era stata chiamata «Exodus 1947». Era partita dalla Francia con la speranza di infrangere il blocco britannico imposto per impedire che navi cariche di sopravvissuti all'olocausto raggiungessero le coste della Palestina. Se gli avessero permesso di raggiungere il paese, avrebbero fatto scendere gli immigrati illegali e li avrebbero mandati nei campi di detenzione a Cipro, come avevano fatto in precedenza. Nessuno si sarebbe soffermato su questo episodio per più di due giorni. Ma il responsabile era Ernest Bevin, leader labourista e ministro britannico arrogante, grossolano e attratto dal potere. Non voleva che un gruppo di ebrei potesse imporsi, così decise di impartire loro una lezione che tutto il mondo avrebbe avuto sotto gli occhi.
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Il «Manifesto per il lavoro» della Libreria delle donne di Milano considera la flessibilità un'occasione per conciliare maternità e lavoro. Ma rimuove i bassi salari delle migranti nel lavoro domestico, la cancellazione dello stato sociale e la differenza salariale tra uomini e donne. Immagina che il lavoro («Sottosopra», ottobre 2009; ne ha già scritto sul manifesto Laura Pennacchi) è la proposta d'un gruppo della Libreria delle Donne di Milano, sulla quale è impegnata Lia Cigarini. Conosco Lia da una vita, vivevamo vicine, fra gli anni Cinquanta e i primi Sessanta, lei più giovane, in una Milano dove le donne entravano in massa nel lavoro. In verità, entrare nel lavoro voleva dire diventare salariate, perché lavorare, avevano lavorato sempre. Nella cascina, che non era né casa né fabbrica, o nel podere in Veneto, a pieno tempo su terra altrui, mezzadre in Toscana e in Emilia, o braccianti stagionali, o nell'acqua delle risiere fino alle ginocchia come le favoleggiate mondine.
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GLOBALIZZAZIONE EUROPA, CRISI O FINE? |
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In poche settimane, abbiamo assistito alla rivelazione da parte del primo ministro Papandreu del debito «reale» della Grecia, manipolato dal suo predecessore con l'aiuto di Goldmann Sachs; all'annuncio della possibilità che il suo Paese non ce la faccia a pagare i nuovi interessi sul debito, brutalmente moltiplicati; all'imposizione alla Grecia di un piano di austerità selvaggio, come contropartita del prestito europeo. Poi l'«abbassamento del voto» della Spagna e del Portogallo, la minaccia dell'implosione dell'euro, la creazione di un fondo di aiuto europeo di 750 miliardi (su richiesta, in particolare, degli Stati uniti). Infine, la decisione della Bce, in contraddizione con il suo statuto, di acquisire delle obbligazioni statali, e l'adozione di politiche di rigore in una decina di paesi.Ce n'est qu'un début, non è che l'inizio, poiché questi nuovi episodi di una crisi apertasi due anni fa con il crollo dei crediti immobiliari statunitensi ne prefigurano altri. Dimostrano che il rischio di crac persiste o addirittura aumenta, alimentato da una massa enorme di titoli «spazzatura», accumulata nel corso del decennio precedente grazie ai consumi a credito, alla trasformazione dei titoli dubbiosi e dei credit default swaps in prodotti finanziari, oggetto di speculazione a breve. Il tormentone dei crediti dubbiosi continua, e gli stati sono in affanno.
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L'India e la Cina aspirano a diventare le superpotenze del futuro. Una ambizione egemonica che cancella le diseguaglianze sociali cresciute in entrambe le società. Un'intervista con lo studioso indiano Prem Shankar Jha, in Italia per l'uscita del suo nuovo libro dedicato ai due paesi. Nel prossimo decennio, l'India avrà una crescita economica pari, se non superiore a quella della Cina. E questo perché ha un sistema politico democratico che consente la ricomposizione dei radicali conflitti sociali che caratterizzano una società fortemente stratificata, dove le diseguaglianze di classe si accompagnano a un sistema di caste che continua a persistere nonostante tutti i tentativi di superarlo. La Cina, dal canto suo, insegue il sogno antico di costruire uno stato etico che ha le sue radici nella filosofia politica confuciana. Prem Shankar Jha non usa mezzi termini per mettere a confronto il paese del drago con quello della tigre, anche se la sua analisi è tutto meno che trionfalistica.
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