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21 | 05 | 2013


IL FISCAL COMPACT CANCELLA LA SINISTRA PDF Stampa E-mail
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Qualunque sarà la maggioranza di governo, si dovrà tagliare il bilancio di un 3%, circa 48 miliardi di euro ai valori attuali. Ma allora come è possibile, permanendo questi vincoli economici, una politica anticiclica che ci porti fuori dalla crisi senza un massacro sociale? Desta stupore la rimozione del tema del fiscal compact, e delle conseguenze che ne derivano, dal dibattito sulle scelte elettorali della sinistra italiana. Naturalmente se ne parla in convegni economici, da ultimo quello di Sbilanciamoci. Ma quando entrano in scena gli attori politici scende il silenzio. Non credo si tratti solo del tradizionale provincialismo che affligge la politica nel nostro paese, per cui tutti si dichiarano europeisti e poi se ne scordano quando le elezioni si avvicinano.

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Regressione costituzionale PDF Stampa E-mail
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Con l'approvazione del Senato in seconda deliberazione si è concluso ieri il procedimento di revisione dell'art. 81 della Costituzione. Male. Un giudizio non tanto distante da quello che si arguiva dalle parole di chi dichiarava, dai banchi della sinistra, un voto più disciplinato che convinto. Con l'approvazione di tale legge costituzionale, la politica economica è sottratta al Parlamento italiano, al Governo italiano, al corpo elettorale italiano. Con tale approvazione la nostra Costituzione non è più nostra. È stata trasformata in strumento giuridico funzionale ad un feticcio, quello neoliberista, che la tecnocrazia finanziaria europea interpreterà volta a volta dettando le misure che dispiegheranno la mistica del feticcio. Con tale approvazione un altro demerito si accompagnerà a quelli sciaguratamente ottenuti dal nostro paese in tema di regimi politici. Il demerito di aver inventato un nuovo tipo di Costituzione. A quelle scritte, consuetudinarie, flessibili, rigide, programmatiche, pluraliste, liberali, democratiche, lavoriste, si aggiungerà la Costituzione abdicataria, una costituzione-decostituzione. Un ossimoro istituzionale che preconizza una recessione seriale che, partendo dalla neutralizzazione della politica, porterà alla compressione dei diritti e poi alla dissoluzione del diritto, sostituito dalla mera forza del dominio economico.

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Ci vogliono far decrescere, impediamolo PDF Stampa E-mail
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Non ho mai avuto né molto interesse né molta simpatia per la teoria della decrescita. Consideravo evidente il fondo malthusiano di quelle posizioni, come peraltro è confermato dal primo punto del documento collettivo: «Una crescita esponenziale... prima o poi si scontrerà con i limiti fisici del pianeta». A prima vista sembra ovvio, e l'intenzione politica di sinistra è indubbia. Eppure il reverendo Malthus non si esprimeva molto diversamente. Gli uomini, diceva, crescono esponenzialmente mentre le risorse naturali crescono più lentamente. La miseria dei poveri è inevitabile. Rinforzava l'argomento sostenendo che l'aumento del prezzo delle granaglie al suo tempo fosse sintomo della prossima saturazione produttiva, mentre invece era dovuto alla guerra francoinglese e alla rendita dei proprietari terrieri inglesi. Le sue previsioni sono state clamorosamente smentite da tre forze potenti: la dinamica della produttività agricola, il rallentamento demografico e le lotte dei lavoratori che cambiarono la distribuzione del reddito.

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L'Italia non è la Grecia PDF Stampa E-mail
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Non posso dire quel che penso del Presidente della repubblica italiana perché a causa di una legge idiota e liberticida finirei in galera. Chi volesse capire questo vecchio stalinista convertito al totalitarismo della finanza può leggere il libro di Ermanno Rea Mistero Napolitano in cui si racconta il suicidio di una donna comunista e libertaria di nome Francesca Spada. Quello che non potevo prevedere è che questo signore, al quale è sembrato del tutto normale firmare le leggi di mafia che hanno distrutto il sistema comunicativo e il sistema scolastico italiano, adottasse il linguaggio e la forma mentis del razzismo italiota. Spezzeremo le reni alla Grecia promise un tizio cui nel 1922 un re d’Italia aveva consegnato le chiavi del potere assoluto.

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LA CADUTA DI B. E L'UOVO DEL SERPENTE DI GOLDMAN SACHS PDF Stampa E-mail
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In piazza del Quirinale la sera del 12 novembre una folla grida a perdifiato: “Galera galera”. E’ il popolo italiano, che vuoi farci. Feroce con i tiranni che paiono scivolare giù dal piedistallo, dopo averli adorati quando erano trionfanti. Ma questa volta il branco non è solo feroce, è anche stupido.

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Trionfo delle teste di cazzo PDF Stampa E-mail
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 Fotografarsi al Giglio.

Che bel Paese. Mentre stanno per arrivare i primi colpi dell’iceberg che affonderà la nave Italia, ci sono le teste di cazzo, si è giusto chiamarle con il proprio nome, che trovano il tempo per andare all’Isola del Giglio, prenotare il biglietto (crescita del 600% del turismo) per farsi immortalare con moglie, marito, amante, bambini, cani e quant’altro, avendo ben visibile sullo sfondo il cadavere di metallo della Concordia.

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MARX E IL GOVERNO MONTI PDF Stampa E-mail
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...L’economia non solo domina la politica, dettandole agenda e decisioni, ma è oramai posta al di fuori delle sue competenze e del controllo democratico, al punto che il cambio dei governi non modifica più gli indirizzi di politica economico e sociale. Negli ultimi trenta anni si è proceduto, inesorabilmente, a trasferire il potere decisionale dalla sfera politica a quella economica; a trasformare possibili decisioni politiche in incontestabili imperativi economici, che sotto la maschera ideologica dell’apoliticità nascondevano, al contrario, un impianto eminentemente politico e dal contenuto assolutamente reazionario...

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SIAMO SOTTO DITTATURA E FESTEGGIAMO? PDF Stampa E-mail
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Le immagini della folla vociante che festeggiava la caduta del governo Berlusconi, cantando inni religiosi e perfino Bella Ciao, stridono drammaticamente con la realtà del paese e del momento. Non ce l’ho con le persone che hanno festeggiato come i tifosi di una squadra per la sconfitta dell’odiato avversario. Constato, con pena, che molti e molte, che pure magari si considerano progressisti o addirittura di sinistra, sono ridotti appunto ad essere passivi tifosi, più contro Berlusconi che a favore di qualsiasi cosa. Il lavoro è svalorizzato e deprivato della sue funzioni sociali e morali, ridotto a pura merce fra le altre, e conseguentemente lavoratrici e lavoratori sono in balia di un mercato che li tratta come cose e che non tollera la loro umanità e tanto meno la stessa possibilità che i loro interessi comuni possano pesare nella società, nei confronti delle loro controparti, nelle istituzioni dove si prendono le decisioni, nel sistema dell’informazione, nel mondo della cultura. Di converso esiste una casta, questa si davvero una casta, di capitalisti, di banchieri, di finanzieri, di “manager”, di tecnocrati e di burocrati che decidono per tutta l’umanità, i cui interessi, perfino immediati, sono assolutizzati e santificati come gli “unici possibili”, come oggettivi, come indiscutibili.

 

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E' solo l'inizio... PDF Stampa E-mail
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Alleluja. Silvio Berlusconi si è dimesso. Dopo diciassette anni e una giornata lunghissima, carica di tensione, seguita in diretta dai siti di tutto il mondo, l'imprenditore televisivo che avrebbe dovuto far funzionare l'Italia come la sua azienda molla la presa dopo averci trascinato al collasso e trasformato il suo sogno nel nostro incubo. Ci lascia in eredità un paese sfigurato dal colossale conflitto di interessi, sconvolto nelle elementari regole di convivenza, spolpato nelle residue energie dalle cricche di ogni ordine e grado, umiliato dalla prostituzione, non solo sessuale. Purtroppo è difficile gustare pienamente la fine del sultanato, assaporare il tramonto della pubblicità, apprezzare il declino della volgarità. Il perché è molto semplice: a disarcionare il Cavaliere non è stata la forza delle opposizioni, la rinascita di una sinistra, ma la potenza dello spread, la legge dei mercati.

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Europa nata male e come cambiarla adesso PDF Stampa E-mail
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A luglio, quando è precipitata la crisi greca, ho chiesto ad alcuni padri dell’Unione Europea se e quale era stato l’errore nell’impianto ormai scricchiolante della Ue. Con Sbilanciamoci e Opendemocracy è iniziata una discussione che si è presto spostata dal “perché” si è arrivati a questo punto al “che cosa fare perché la situazione non si aggravi”. Ad essa hanno portato contributi preziosi molti economisti e sociologi, e sarà pubblicata interamente come ebook. In essa si sono confrontate alcune voci, peraltro interessanti, che hanno proposto l’uscita dall’euro dei paesi in maggiore difficoltà, primo la Grecia, mentre la maggioranza ha ragionato su come mantenere l’euro e la Ue dandole un nuovo indirizzo. Condivido queste ipotesi correttive, esposte da Mario Pianta sul manifesto del 6 novembre. Ma quali forze politiche le porteranno avanti? L’Europa è nata male. Una federazione europea, che era stata un ideale antifascista di pochi, sarebbe diventato più forte con la vittoria sul nazismo e sul fascismo: l’orrore del secondo conflitto mondiale avrebbe finalmente indotto il bellicoso continente ad andare a una pace perpetua dotandosi d’una qualche struttura federale.

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A PROPOSITO DI DEBITO PUBBLICO... PDF Stampa E-mail
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Il 15 ottobre scorso, mentre ancora affluiva gente al concentramento della manifestazione, tra piazza Esedra e Piazza dei Cinquecento un giovane studente universitario o forse precario, non lo sappiamo, si è staccato da una fila ed è montato su un camion, ha preso il microfono e ha sentito il bisogno di ricordare che il 15 ottobre di 24 anni prima in quella data veniva assassinato Thomas Sankara, neo-eletto presidente del Burkina Faso, allora – e anche oggi – uno dei paesi più poveri del mondo.

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MANTRA DEL SOLLEVARSI PDF Stampa E-mail
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Il 15 febbraio del 2003 centomilioni di persone sfilarono nelle strade del mondo per chiedere la pace, per chiedere che la guerra contro l’Iraq non devastasse definitivamente la faccia del mondo. Il giorno dopo il presidente Bush disse che nulla gli importava di tutta quella gente (I don’t need a focus group) e la guerra cominciò. Con quali esiti sappiamo. Dopo quella data il movimento si dissolse, perché era un movimento etico, il movimento delle persone per bene che nel mondo rifiutavano la violenza della globalizzazione capitalistica e la violenza della guerra.

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Le critiche a Parlato su violenza di piazza e diritti dei manifestanti PDF Stampa E-mail
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L'editoriale pubblicato domenica 16 ottobre sugli scontri di Roma ha provocato moltissime reazioni. Di seguito un paio di lettere, tra le tante, pubblicate oggi sul giornale, e la risposta di Parlato.

 

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Una nuova epoca PDF Stampa E-mail
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Quella di ieri a Roma è stata una manifestazione storica, il segno di un possibile cambiamento d'epoca. Una manifestazione enorme, rappresentativa di tutto il paese (camminando nel corteo e in piazza si sentivano gli accenti di tutte le regioni italiane). E ancora, una manifestazione che si realizzava in contemporanea con tante altre nel mondo, in Europa e anche negli Usa, tutte concentrate sul cambiamento del modello di sviluppo, a sancire la crisi del liberalcapitalismo. Per dire che così non si può andare avanti, che la politica di oggi è arrivata a un punto morto e che ci vuole un'inversione di rotta, anche dei partiti politici, oggi ridotti alla sopravvivenza di sé stessi.

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Dove sta la nuova politica PDF Stampa E-mail
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«Ma la sinistra non c'è» titolava mestamente un suo editoriale Valentino Parlato sul manifesto del 4 agosto, a proposito della risposta del Pd alla prima manovra del governo. E' inevitabile, tutte le proposte moderate mostrano la corda, quando le contraddizioni della realtà si fanno estreme. 
Ma l'espressione di Parlato oggi dovrebbe assumere un significato più largo e in parte diverso. Ci sono altre assenze non volute e non meno importanti. Non c'è la sinistra cosiddetta radicale in Parlamento, che pure esiste nel Paese e nelle amministrazioni locali, e tuttavia non può fare sentire la sua voce in sede legislativa.

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Signori, è il capitalismo che ha fallito PDF Stampa E-mail
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 Non c’è stato nessun rimbalzo. Ieri le borse non hanno recuperato il tonfo del giorno precedente. Si può fare una lunga disamina delle cause che hanno portato a questo: gli speculatori hanno paura della tobin Tax; visto che i titoli sintetici sono dei mostri ingestibili, che possono nascondere perdite enormi, i più furbi stanno togliendo le mani dalla tagliola e mettendo al sicuro il malloppo: oro e titoli di stato americani; il fatto che le economie sono rientrate in recessione e quindi ci si aspetta un periodo di vacche magre; molti titoli sono sopravvalutati e quindi la bolla speculativa si sta sgonfiando, ecc. Si può fare un lungo elenco dei motivi del disastro attuale - e i giornali lo fanno con dovizia di particolari - ma il risultato non cambia: dopo tre anni di crisi e 15.000 miliardi di dollari sprecati dagli stati per salvare le banche private, siamo punto e a capo in piena recessione. Non solo, gli stati si sono indebitati per salvare le banche e poi gli stessi finanzieri hanno abbondantemente speculato sui debiti sovrani, fregando altri soldi agli stati (pardon, ai cittadini) come stiamo verificato di persona. Oltre al danno la beffa.

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Il calendario della manovra PDF Stampa E-mail
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Cancellare le feste del 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno significa riscrivere la storia dell’Italia. Non esiste infatti alcuna motivazione economica che giustifichi un simile provvedimento. Anzi, come sottolinea la Federalberghi, si tratterebbe dell’ennesima mazzata al comparto turistico e recettivo colpiti a morte dalla cancellazione delle vacanze brevi. La motivazione vera è il carattere reazionario e antinazionale di questo governo. 
L’odio di classe ispira tutta la manovra economica ma anche i suoi “accessori” come la cancellazione dell’art.18, del contratto nazionale e delle festività che richiamano la storia migliore del nostro Paese. Il messaggio che arriva è chiaro: scordatevi ogni sentimento di liberazione, ogni dignità del lavoro, ogni pagina di riscatto popolare come fu l’esito del referendum tra monarchia e repubblica.
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Franco Berardi: London calling PDF Stampa E-mail
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L'ultima estate all'inferno e la prima dell'insurrezione cognitaria.

Ero a Liverpool il 26 ottobre 2010, quando John Osborne Ministro dell'economia del governo conservatore inglese tenne il discorso nel quale si dichiarava l'intenzione della classe politica al servizio del capitalismo finanziario inglese di devastare la società, o meglio quel che della società è rimasto dopo trent'anni di politiche neoliberiste thatcheriane e blairiane. "Cinquecentomila dipendenti pubblici saranno licenziati entro tre anni, la spesa per la sanità pubblica saranno ridotte drasticamente, le tasse universitarie saranno moltiplicate per tre" dichiarava quel giovanotto col sorriso sulle labbra. E così via.

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C'E' UNA NUOVA SUPERPOTENZA PDF Stampa E-mail
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È nata una nuova superpotenza. Non è la Cina. Non è neanche uno stato sovrano. Non ha eserciti, eppure ci ha appena dimostrato che è capace di piegare anche la nazione che possiede il più devastante arsenale nucleare. Questa nuova superpotenza è un'agenzia di rating, cioè una ditta privata che valuta il livello di rischio rappresentato dall'investire in un'azione, in una valuta, in un'obbligazione. Più basso il voto (il rating), più alto il rischio e quindi più alta deve essere la remunerazione (il rendimento dei Btp per esempio). Sapevamo già che il posto di lavoro di un insegnante greco, la pensione di un'infermiera spagnola o il ticket sanitario degli italiani dipendeva dai giudizi di queste agenzie, Moody's o Standard & Poor's (S&P's).

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Il clamoroso fiasco della Nato (e dell'Italia) PDF Stampa E-mail

Afghanistan e Libia, guerre inutili e costose che il senato ha rifinanziato ieri. Guerre ipocrite («non siamo in guerra») di cui, al di là delle vaghe exit strategies di volta in volta annunciate, non si vede via d'uscita. Come tutte le guerre, facili da cominciare, difficili da finire. 
E se la guerra in Afghanistan dopo dieci anni - già più lunga di quella del Vietnam - presenta un esito molto incerto, per usare un eufemismo, con i taleban passati per forza di cose dal ruolo di nemici da distruggere a quello di interlocutori ineludibili, la guerra di Libia dopo cinque mesi, qualunque sia il suo sbocco finale, costituisce senza tema di smentite un fallimento colossale della Nato.

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