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L’odissea del professore precario |
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ORE 7. La sveglia del cellulare annuncia implacabile che il C-DAY è arrivato. Si tratta della più temuta delle calamità sociali, capace di spegnere un’estate, di spappolare il cervello, di farti uscire fuori dalla grazia divina. Si tratta del giorno delle convocazioni. Non a caso la suoneria prescelta è The End. Non a caso la sveglia trova il precario con gli occhi spalancati e la mente avvolta nel mantello di piombo dei pensieri. Nulla è casuale. E’ il frutto di una strategia abile e accorta: la soluzione finale del problema dei prof precari.
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La mannaia della riforma Gelmini |
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Maria Stella Gelmini a proposito della riforma della scuola aveva ripetutamente affermato che l’operazione (in pratica un massacro degli organici delle scuole) non avrebbe comportato nessun licenziamento. Una bugia clamorosa che oggi è drammaticamente confermata dai crescenti casi di protesta dei precari. Gente che per anni, e talora per decenni, ha lavorato e che ora si trova improvvisamente senza un posto. Docenti di ogni livello e personale tecnico amministrativo. Negli anni passati hanno lavorato perché sono stati chiamati a coprire posti vacanti, cattedre senza insegnanti e uffici senza il personale sufficiente per far funzionare le scuole.
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Il triste futuro dell’università italiana |
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«Ci sono dei fannulloni tra i giornalisti»; «ci sono dei fannulloni dei politici»; «ci sono dei fannulloni tra gli italiani». Tutto vero... Come dimostrare la mendacia di chi volesse sostituire «fannulloni» con «cretini»? Forse potremmo fare un passo avanti domandandoci chi abbia selezionato, protetto e fatto fare carriera ai fannulloni nell’Università (e non solo)? Certamente non quelli in fondo alla "catena alimentare" come i ricercatori. L’università ha problemi enormi. Le responsabilità di chi vi lavora e di chi la guida sono innegabili.
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Non è colpa di von Humboldt, padre dell'Università moderna europea, e nemmeno del Sessantotto, padre e madre di ogni vizio e dissolutezza. La miserabile Università italiana che miserabilmente si intende riformare per l'ennesima volta ha una paternità assolutamente certa: i cosiddetti liberisti di sinistra. Da dove proviene, se non da loro, il moltiplicarsi insensato dei corsi di laurea, il fiorire di pseudodiscipline come l' "etica aziendale" o la "consulenza filosofica"? La proliferazione di master e specializzazioni psichedeliche a costi esorbitanti? Il sistema creditizio che ha trasformato il corso degli studi in uno spezzatino insipido e indigesto, in una competizione autistica tra futuri sottoccupati?
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Nell'estate di 50 anni fa una generazione di ragazzini, tenuta a battesimo dalle piazze di Genova e di Porta San Paolo a Roma, dai morti di Licata, Palermo, Catania e Reggio Emilia, avviava una nuova stagione della democrazia italiana e dell'antifascismo In quella estate, e solo in quella, ragazzini, adolescenti, giovani, indossavamo magliette a righe orizzontali rosse o blu, ma nelle foto in bianco e nero sembravano tutte uguali, quasi una divisa generazionale, che le foto degli scontri di Genova nel luglio Sessanta restituiscono a cinquant'anni di distanza. Era l'avvio del cammino di una generazione, idealmente tenuta a battesimo dalla piazza di Genova, dalle cariche dei carabinieri a cavallo a Porta San Paolo a Roma, dai morti di Licata, Palermo, Catania, fino all'eccidio di Reggio Emilia.
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Appena una stretta di mano. Molti ragazzi italiani vengono congedati così al termine di uno stage. Il 53% dei tirocini, infatti, non porta da nessuna parte, lasciano il tempo che trovano, mentre il restante 47% si frammenta tra prolungamenti di stage (17%), contratti a progetto (6%), di collaborazione occasionale (7%), o di assunzione a tempo determinato (6%). Ovvero tutte quelle forme tipiche che alimentano il precariato. Solo il 2% dei tirocinanti italiani viene assunto a tempo indeterminato. Questi sono i dati che emergono dal rapporto che l'Isfol ha presentato ieri a Roma. Le considerazioni dell'Istituto sono il risultato del sondaggio «Gli stagisti allo specchio», condotto tra il maggio e l'ottobre 2009 in collaborazione con la testata on line La Repubblica degli stagisti. Sono stati in 3000 a rispondere al questionario pubblicato su vari siti internet, la maggior parte giovani tra i 25 e i 30 anni.
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Non è un paese per giovani |
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Quelle dell’Istat le chiamano fotografie, e la fotografia di quest’anno è quella di un paese che annega, con l’unica consolazione che in una foto non si può vedere l’acqua crescere di livello. Quando l’acqua comincia a salire, dentro una nave, si cerca di montare su tutto quel che si trova, così ci si arrampica sopra le sedie, sopra i tavoli, si cerca l’uscita. Poi, quando arriva la disperazione si comincia a salire sulle spalle degli altri, spingerli sotto per restare su, pronti a difendersi da quelli che a loro volta si vorranno salvare. Ecco: l’Italia di oggi annegando è montata sulle spalle delle nuove generazioni. È così che invano cerca di respirare ancora un paio di volte prima di sentirsi l’acqua salire oltre il petto. Loro, quelli che chiamano i giovani ma che in realtà arrivano fino ai trent’anni, se ne stanno fermi in posa dentro la foto, con involontaria ironia considerati campioni statistici, campioni in realtà soltanto nell’essere i primi a finire con la testa sott’acqua.
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La sentenza della Corte d’Appello di Genova per i «fatti della Diaz» non ci restituisce la luce. Ma per lo meno apre uno spiraglio di verità e di senso, nel buio fitto e appiccicoso che avvolge il Paese. Giunge tardi. Tardissimo. A quasi dieci anni da quell’ignobile «massacro in stile sudamericano», che ci coprì di vergogna davanti al mondo. Dieci anni in cui i responsabili hanno continuato a ricoprire le più alte cariche nel «sistema di sicurezza». E a rappresentare le più delicate tra le istituzioni: quelle che incarnano il «monopolio della forza» e che dovrebbero, per dovere costituzionale, presidiare il più elementare dei diritti: quello all’integrità della persona. Dieci anni nei quali le vittime di allora – quasi tutti giovani e giovanissimi – hanno potuto crescere e farsi uomini portandosi dentro quella ferita non rimarginabile, e l’immagine di uno Stato fondato sull’illegalità, sulla prepotenza e sull’impunità del potere.
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